E’ stato presentato al grande pubblico, lo scorso mercoledì 15 giugno al Castello Angioino, il libro “Cant’arsi” di Lucia Diomede, silloge vincitrice del Premio nazionale “Luciano Serra” 2021.
“La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile a un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare.”
La frase è di Alberto Moravia e ben si conforma alla poetica di Lucia Diomede che dell’acqua vivificante è alla perenne ricerca nei suoi versi per lenire l’arsura dell’esistenza.
Nella storica e suggestiva cornice del Castello Angioino di Mola, mercoledì 15 giugno una folla molto attenta, partecipe e a tratti entusiasta ha tributato il doveroso onore alla poetessa molese, vincitrice dell’edizione 2021 (con premiazione a Reggio Emilia l’8 aprile 2022) del prestigioso premio nazionale “Luciano Serra”, con la silloge “Cant’arsi”, edito da Consulta Libri e Progetti, pagg. 83.

La serata ha avuto inizio con l’articolata introduzione di Isabella Colonna, presidente dell’Associazione “Alma Terra”, organizzatrice del Festival “Kantun Winka”, di cui la presentazione di “Cant’arsi” costituisce il primo appuntamento, e che si è soffermata a lungo sui valori della pace e della cooperazione tra i popoli, non astratta ma da praticarsi ogni giorno, in specie alla luce del devastante conflitto in Ucraina, con la coerenza di un messaggio culturale e sociale che la rassegna annuale, giunta alla diciassettesima edizione, propone.

Successivamente, la relazione della Prof.ssa Tiziana Ingravallo (Università di Foggia), già compagna di studi di Lucia Diomede, ha svelato il valore letterario ed esistenziale dei versi della poetessa molese, preceduto dall’intervento videoregistrato del Prof. Paolo Briganti (docente presso l’Università di Parma).

Nelle parole del prof. Briganti è emerso l’originale contributo di Lucia Diomede alla poesia in questi tempi così complessi e problematici, con un tratto colto e raffinato che esce dal vissuto personale per farsi parola e respiro degli altri, per assumere una connotazione universale.
Una poetessa che, nelle parole della prof.ssa Ingravallo e nell’apprezzamento del prof. Briganti, saprà assumere un crescente ruolo da protagonista nel mondo letterario della poesia italiana contemporanea.

L’attore Paolo Panaro, anima, motore e voce della Compagnia Diaghliev, ha recitato una selezione dei versi di “Cant’arsi”, disegnando un percorso ragionato e scelto dalla prof. Ingravallo che si dipana tra le pagine della silloge, come fiume carsico che appare e scompare ad alimentare la sete nascosta dell’Autrice per la vita in ogni sua declinazione.

Quindi, “Cant’arsi” è canto poetico e allo stesso tempo versi vergati nel divampare dell’esistenza che brucia e prosciuga i campi del vivere quotidiano, sotto il sole implacabile del destino umano, nella condivisione della sofferenza universale.
“Cant’arsi” vuol essere, come ha spiegato l’Autrice, “non solo versi stampati nelle pagine di un libro e consolazione nell’arte, ma condivisione corporea della poesia: componimenti da leggere insieme ad alta voce, mandare nel mondo le parole e farle diventare fiato, respiro ed elemento vitale degli altri, e, allo stesso tempo, guadagnare io stessa vita”.

Il mondo, se si salverà, sarà salvato dai poeti, gli unici che riescono a parlare al cuore dell’Uomo senza infingimenti, calcoli e ipocrisie, i soli che leggono l’inquietudine della vita e portano speranza, respiro agli altri.
Abbiamo bisogno di cultura nella fame e nella sete dell’esistenza: di pane, di rose, dell’acqua fresca e viva del poetare. E Mola è fortunata: ha trovato la sua colta e raffinata cantrice. Da oggi siamo meno soli.

Il libro è ricco, denso, pieno di suggestioni e di richiami. Basterà questo componimento a darne la misura e la chiave di lettura, con la certezza che “Cant’arsi” sarà un nostro grande compagno di viaggio, nello scandire del pendolo tra l’incedere dei nostri anni.
Cuore arso
e rocce aguzze
e masticate
vive dal mare,
e spine e rovi,
ed erba arsa,
e un ramo chino
di un pino gobbo
sino allo scoglio
e fracassato
dalle bufere
forse radice
che affiora nuda
e scarna dalla
roccia spaccata
come quel ramo
sopravviviamo





