Si avvicina il 10 febbraio, celebrazione del «Giorno del ricordo», solennità civile istituita con la Legge 30 marzo 2004 “in memoria delle foibe, dell’esodo giuliano- dalmata, delle vicende del confine orientale”. Una preziosa testimonianza del prof. Dionisio (Dino) Simone ricorda l’arrivo della sua famiglia di profughi istriani in Puglia, a Polignano, e l’impatto di un bambino con un dialetto incomprensibile…
di Dino Simone
«Mama, qua i parla per tresso»
Ho raccontato più volte il dramma della mia famiglia costretta ad abbandonare l’Istria dopo la definitiva cessione di una parte della Venezia Giulia e della Dalmazia alla Jugoslavia. Partimmo da Pola nel marzo del 1947 diretti in Puglia, a Polignano a Mare, paese natale di mio padre.
Voglio qui ricordare per prima cosa come, tra tutti gli altri, un serio ostacolo per il nostro rapido inserimento nel nuovo ambiente fu rappresentato dal dialetto polignanese.
È vero che i dialetti costituiscono la ricchezza di una lingua, ma l’italiano, per ragioni storiche, ha migliaia di varietà locali e spesso anche paesi confinanti hanno parlate molto diverse tra loro, cosa che soprattutto in passato, prima che la televisione favorisse la conoscenza e la diffusione della lingua nazionale, ha creato difficoltà nella comunicazione e nella socializzazione.
«Mama, qua i parla per tresso», parlano in modo incomprensibile (lett. “di traverso”): è questa la frase “storica”che io (avevo sei anni) pronunciai appena arrivati a Polignano. E non avevo tutti i torti.
Anche se nel dopoguerra siamo vissuti per dieci anni a Polignano, del dialetto locale abbiamo imparato solo pochi termini. E come potevamo noi istriani amare e usare il polignanese, un linguaggio che ci sembrava barbaro, caratterizzato da tanti suoni gutturali, in cui “parola” (il greco lògos, il latino vèrbum) diventa a paràugh(e); il cielo u cìgh(e); il bambino (in polesan el picio) u m(e)nìnn(e); il paese diventa u pajòis(e); la stazione ferroviaria a stanziàugh(e); il padre è u attène; la suocera a s’ràugh(e); l’acqua è g’acqu(e); il vino u mmìr(e); il tappo u f(e)gh(e)tèur e le olive (che nonna chiamava “le ulive”) diventano i gu, Pola Pàugh(e), Polignano P(e)gh(e)gnèn(e), Mola Màugh(e), Monopoli M(e)nùp(e)gh(e)?
«V(e)natìnn(e)!», mi sentii gridare un giorno. «Che significa v(e)natìnne?», mi chiesi. «Vièntene via con noi», (dal latino venio) o «vattene!» (in napoletano “vattìnne”)? Mi spiegarono che vuol dire “vattene via!”. È proprio un mondo alla rovescia. Avevo detto bene appena sceso dal treno.
«Ubinam gentium sumus (in quale parte del mondo siamo capitati)?» si sarebbe chiesto Cicerone. Eppure anche il polignanese è un dialetto neolatino: per es. u mmìr(e) viene dal latino merum vinum (vino puro, non mescolato con acqua, come invece facevano i Romani durante i banchetti); i c(e)rès(e), le ciliegie, lat. ceràsa; a p(e)ttàich(e), la bottega, lat. apothèca, greco apothèke. Vi prevale una dittongazione che mi fa pensare all’istrioto, dialetto parlato un tempo a Pola prima dell’istro-veneto: i > éi, p. es. dèich(e), dico, polesano digo, istrioto déigo; fèich(e), fico, polesano figo; u > òu, istrioto dòuro < duro; u > èu, ghèun(e), luna, con in più quel brutto suono gutturale gh, (in istrioto lòuna); o> àu, sol > sàugh(e), sole; cor (cuore), càur(e); scola, scuola, diventa scàugh(e).
Ma, anche se i dialetti sono molto diversi, i paesaggi dell’Istria e della Puglia presentano notevoli affinità: fenomeni carsici, ulivi, terra rossa, mare e le casite, costruzioni in pietra simili ai trulli, di forma circolare, edificate a secco, presenti soprattutto nella campagna di Dignano (paese vicino a Pola).


Ma il mare azzurro di Polignano, ora apprezzato per la limpidezza delle sue acque, nel dopoguerra, almeno in alcuni tratti della costa, era davvero sporco e inquinato.
Ho sentito tanti polesani, vissuti per anni nei campi profughi, lamentarsi tra l’altro delle pessime condizioni igienico-sanitarie. Ma anche noi abbiamo avuto problemi di questo genere. Infatti, sino ai primi anni Cinquanta, come in tanti altri centri minori della Puglia, anche a Polignano mancava la rete idrico-fognante.

In casa non avevamo l’acqua corrente né il bagno. L’acqua andavamo a prenderla con secchi o altri recipienti [soprattutto u gn’trill(e), l’anfora] alla fontana, in piazza, vicino al campanile della Chiesa matrice, dove a volte si formavano lunghe code, perché ognuno portava almeno due comodi (recipienti) piuttosto grandi e spesso scoppiavano litigi perché c’erano sempre i furbi che cercavano di superare gli altri.
Per raccogliere i liquami passava per le stradine del paese vecchio, una volta al giorno, il carro botte (in dialetto polignanese u carrizz). Tuttavia spesso, senza aspettare l’arrivo del carro, la mattina di buonora, in fila indiana, le donne andavano a versare in mare le acque di rifiuto.
Prima di trasferirci in paese, per due anni, dal ’47 al ’49, siamo vissuti in campagna, in una casa abbastanza confortevole, ma un po’ distante dal centro abitato e, ovviamente, priva di luce elettrica. Ogni sera si ripeteva il solito rito: bisognava aggiungere il petrolio nel lume [in polignanese u tubb(e)], pulire la campana di vetro e tagliare la parte carbonizzata dello stoppino (il pavèr in polesano) perché potesse accendersi prima e non fare fumo.
Mia sorella ed io abbiamo frequentato in quel periodo una scuola rurale pluriclasse, abbastanza distante. Poiché non c’era ancora lo “Scuolabus” vi andavamo prima a piedi e poi in bicicletta e, in quanto “forestieri” che parlavano un’altra lingua, eravamo oggetto di cattiverie e di dispetti da parte dei nostri compagni di classe.
[Dal mio libro Come un gabbiano. L’esodo da Pola settant’anni dopo (1947-2017), Edizioni dal Sud, Bari, 2016, pp. 53-56, con lievi modifiche].





