Viaggio nella nostra campagna al tramonto, quando si accendono i fuochi di plastica e rifiuti. Un grave danno per la nostra salute.
Ne parlo con un amico di vecchia data che conosce il territorio molese come le sue tasche.
E mi dà le sue dritte. “Devi andare al calare del sole”, mi raccomanda.
E’ infatti sul far della sera che qui e là, nella campagna molese, prendono vita i fuochi.
Salgo la serra di Pozzovivo e svolto dove mi ha indicato l’amico. Non devo fare molta strada: sotto di me si apre una vecchia discarica, apparentemente bonificata, ma che sul fondo, conserva ancora tracce della sua attività.

Sul ciglio della strada, prima che il terreno si inabissi nel grande buco rettangolare dello scavo, un mucchio di rifiuti di ogni tipo si protende nella mia direzione.
C’è di tutto, come potete osservare dalle foto. Non ci facciamo mancare niente.

Se alla base del cavalcavia di contrada Cipolluzze (che ho fotografato solo qualche giorno fa) abbonda l’immondizia comune, quella degli scarti alimentari, con piatti, bicchieri e posate di plastica a corredo, qui, invece, sono i cascami dell’attività agricola e di lavori edilizi eseguiti nelle campagne.
Guardo meglio e trovo. Sotto la miscellanea di rifiuti più recenti, si notano chiaramente le tracce dei roghi e, in particolare, della plastica bruciata.

Il fuoco non sempre ha compiuto per intero il suo lavoro: molti spezzoni di plastica squagliati a metà fanno capolino, relitti di cose che un tempo hanno avuto la loro utilità ma che bruciando promanano un dono avvelenato: diossina, idrocarburi aromatici policiclici e altre sostanze tossiche e cancerogene che si spargono nell’aria, trasportate dal vento, e che si posano comunque sui campi circostanti.





Mi guardo intorno e vedo vigneti di uva da tavola. Frutta che abbiamo già mangiato, chissà.
Riprendo la macchina e seguo una puzza di bruciato che entra dal finestrino abbassato per il gran caldo di questo volgere di giornata, in un’estate che sembra non finire mai.
Mi inoltro verso San Marco. Cerco un rogo, un fuocherello qualsiasi. Il debole vento mi inganna, l’odore si disperde. Non era la direzione giusta.
Intanto, si è fatto quasi buio. Scendo verso Mola, guardandomi intorno.
Trovo teloni in plastica accatastati e abbandonati: pronti per un ennesimo rogo?

L’oscurità scende velocemente. Nell’incerta luce che resiste al buio profondo, senza stelle, noto ancora tracce di fuochi. Sempre plastica bruciata, ma pure manufatti di amianto abbandonati: per ora scatto con il flash. Ci tornerò con la luce piena.




I roghi non sono concentrati, sono dispersi nel territorio: è come se tante piccole centrali di inquinamento si mettano in moto, a volte con metodicità, altre volte più casualmente.
Ma è la sommatoria di tanti roghi che non consente zone franche. Se nel raggio di pochi chilometri, in maniera randomica, ho trovato diverse tracce di combustione, significa che l’intero territorio molese è afflitto dallo sciagurato fenomeno.
Il viaggio è solo all’inizio.
(continua…)





