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RAPA NUI, LA MITICA E LEGGENDARIA ISOLA SPERDUTA NEL PACIFICO: SPETTACOLARE REPORTAGE DI NICO DONNO

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Si conclude il fascinoso racconto del viaggio in Cile di Nico Donno, molese trapiantato a Genova, esploratore delle mete poco battute dal turismo internazionale, alla ricerca di terre e angoli del pianeta ricchi di storia, di tradizioni, di scenari naturali incomparabili. Ecco il suo reportage da Rapa Nui, l’isola di Pasqua, la grande roccia vulcanica dove troneggiano i mitici “moai”, le gigantesche ed enigmatiche statue che guardano verso l’infinita distesa dell’Oceano Pacifico. Buona lettura!

di Nico Donno

 Rapa Nui –

                                 Il lembo di terra più sperduto del pianeta

              Un viaggio per raggiungere l’Isola di Pasqua (Rapa Nui), smarrita nell’Oceano Pacifico a pochi gradi a sud del Tropico del Capricorno, non è uno scherzo. Basta prendere una cartina geografica e osservare la sua posizione per vedere che le terre abitate più vicine si trovano a migliaia di chilometri di distanza. La costa del Sudamerica è, a est, a circa 3.600 km e l’Isola di Tahiti (Polinesia Francese) si trova a ovest, lontana oltre 4.000 km.

L’enigmatica Rapa Nui (“Grande Roccia”), una delle isole abitate più remote della terra, è custode di un’antica e misteriosa cultura che ha lasciato in eredità molte statue monolitiche chiamate moai, disseminate sulle sue coste.

Archeologi e antropologi stanno tutt’ora cercando d’interpretare le motivazioni che spinsero i suoi abitanti a progettare e scolpire le centinaia di colossali statue in basalto vulcanico, per non parlare della maniera in cui furono capaci di trasportarle per chilometri dalle cave dell’entroterra fino alla costa.

L’Isola di Pasqua, grazie alla sua lontananza dal resto del mondo che per tanti secoli ha permesso fosse ignorata da tutte le rotte di navigazione, è riuscita a preservare la sua cultura (rimasta praticamente intatta) e le sue bellezze naturali e archeologiche.

Nell’isola ci sono cavalli selvaggi, onde spettacolari, grotte e insenature idilliache.

Rapa Nui ha una superficie di 163,6 km²  (approssimativamente 3/4 dell’Isola d’Elba). La costa si inabissa rapidamente nei dintorni dell’isola fino a profondità che possono superare i 2.000 m. Quindi l’Isola di Pasqua, insieme alle sue isole minori (Motu Nui, Motu Iti e Motu Kau Kau) è la sommità di un grande cono vulcanico che si erge dal fondo dell’Oceanico Pacifico.

E’ opportuno fornire delle informazioni storiche: secondo la tradizione orale, la patria di origine dei primi colonizzatori sarebbe l’isola polinesiana di Marae Renga. A causa delle lotte di successione la fazione sconfitta, capeggiata dal re Hotu Matu’a, dovette prendere il mare alla ricerca di una nuova terra dove insediarsi. Prima di abbandonare Marae Renga, l’esule inviò in ricognizione sette esploratori, che, probabilmente per caso, approdarono sull’isola che chiamarono “Te Pito O Te Henua” (l’Ombelico del Mondo).

Tale tradizione orale è stata confermata dalle ricerche scientifiche e genetiche: i discendenti attuali dei primi abitanti sono, infatti, polinesiani così come è la lingua che parlano.

Il territorio venne diviso tra i figli di Hotu Matu’a, che furono i capostipiti di 12 diversi clan.

I rapanui, tra il 1000 e il 1500, svilupparono una civiltà unica, che avrebbe dato origine alla costruzione di piattaforme cerimoniali in pietra chiamate ahu, che sorreggono i moai, le celebri statue di tufo vulcanico.

L’arrivo degli europei: il 5 aprile 1722, domenica di Pasqua (da qui il suo nome), l’isola fu avvistata dalle navi “Arend” e “Thienhoven” di una flotta olandese della Compagnia delle Indie Occidentali, al comando del Jakob Roggeveen. L’ufficiale ed esploratore fu, quindi, il primo europeo a mettere piede sull’isola (anche se la tradizione ci segnala un avvistamento avvenuto nel 1687 da parte del pirata Edward Davis).

All’alba del 25 dicembre 1862, quasi 2.000 isolani vennero catturati e deportati nelle cave di guano delle Isole di Chicha un arcipelago al largo del Perù: tra di loro vi erano il re e l’intera classe aristocratica, depositaria della cultura e della storia orale, dei miti e delle antiche genealogie. Con la loro morte in cattività venne, pertanto, cancellata ogni possibilità di trasmissione della tradizione alle nuove generazioni.

Durante un periodo di espansione del Cile, che con la Guerra del Pacifico (1879-84) portò all’acquisizione di territori del Perù e della Bolivia, avvenne l’annessione di Rapa Nui in quanto il governo cileno riteneva l’isola di importanza strategica.

L’annessione ufficiale dell’isola al Cile avvenne il 9 settembre 1888.

Il governo cileno, nel 1897, affidò lo sfruttamento del suo territorio ad una compagnia laniera inglese, che trasformò tutta l’isola in un immenso allevamento di pecore confinando gli abitanti ad Hanga Roa.

Rapa Nui, vero e proprio “museo all’aperto”, dal 1955 è divenuta Parco Nazionale e, anni dopo, dichiarata dall’U.N.E.S.C.O. Patrimonio dell’Umanità.

Rapa Nui, febbraio 2024. Dopo un volo di 5 ore ½, decollato da Santiago del Cile, raggiungiamo l’Isola di Pasqua: un triangolino di terra sperduto nell’Oceano Pacifico. Pochi luoghi al mondo possiedono il fascino mistico di questo minuscolo lembo di terra.

Si raggiunge l’isola

Si atterra, con qualche scossone, sull’unica pista del piccolo aeroporto di Mataveri, ubicato all’estremità sud-occidentale dell’isola.

Appena scesi dall’aereo ci viene dato il benvenuto con il delizioso rituale in auge nelle isole polinesiane: il dono di una ghirlanda di fiori, accompagnato da un largo sorriso e dal classico «Nau mai!» (“Benvenuto!”).

Lungo il breve tragitto in taxi, per raggiungere il nostro albergo ad Hanga Roa, regoliamo gli orologi: la posizione geografica dell’isola fa si che abbia il fuso orario spostato di 2 ore (in meno) rispetto al Cile continentale.

Hanga Roa, l’unico centro abitato, sorge all’estremità sud-ovest dell’isola.

Hanga Roa, l’unico centro abitato dell’isola

Qui vivono circa 3.500 anime. L’intera popolazione di Rapa Nui che conta 7.700 persone è composta per il 60% da indigeni e ciò che resta da immigrati tra cui un’alta percentuale di cileni e parecchi francesi. Gli abitanti si conoscono tutti e di notte lasciano la porta di casa aperta e lo stesso vale per le auto. 

Sull’isola vi è il divieto assoluto di costruire hotel che impediscano la vista dell’oceano. Ogni cosa è rimasta come era un tempo, con le casette di legno, i piccoli negozi di artigianato locale e le bancarelle di angurie ad ogni angolo della strada; tutto intorno la vista spazia su prati verdi dove pascolano, numerosi, i cavalli selvaggi.

La costa di Hanga Roa

Gli approvvigionamenti giungono in nave 3 volte al mese. Una volta ogni 30 giorni una nave cisterna porta carburante per le auto e la centrale elettrica.

Ad Hanga Roa c’è l’unico distributore di benzina dell’isola.

A tutt’oggi Rapa Nui può essere raggiunta tutto l’anno, ma con un solo volo al giorno, esclusivamente da Santiago del Cile con la compagnia LATAM Airlines. I voli provenienti da Tahiti (Polinesia Francese) decollano solo occasionalmente.

Le possibilità di raggiungere l’isola via mare sono molto limitate: il piccolo porto di Hanga Roa non è in grado di ospitare grandi navi da crociera che devono quindi far scendere i propri passeggeri al largo per poi portarli sull’isola tramite motoscafi. A ciò si aggiunge il fatto che il mare in quell’area è sovente molto mosso, il che rende difficoltoso raggiungere l’isola.

L’attività economica prevalente è il turismo. Esistono alcuni alberghi di lusso, ma la maggior parte dei visitatori preferisce alloggiare presso le case private, più economiche: sono i proprietari stessi che aspettano i turisti all’uscita dell’aeroporto per offrire le proprie tariffe.

L’industria è assente e agricoltura, pesca e allevamento sono praticati a livello famigliare; tutto, dalla farina per il pane al legname per le costruzioni, giunge dal continente. Il costo della vita a Rapa Nui, dal momento che tutti i beni presenti sull’isola devono essere importati, risulta più elevato rispetto a quello sulla terraferma in Cile.

La lingua ufficiale è lo spagnolo, ma gli isolani continuano a parlare l’autoctono rapanui.

Gli amministratori dell’isola da anni lottano con il governo cileno per ottenere, anche se non l’indipendenza, una maggiore autonomia rispetto all’attuale. Dopotutto i cittadini pasquensi, per storia e tradizioni, sono diversi da quelli della madrepatria … anzi sono, di sangue e cultura, polinesiani.

Giracchiando per Hanga Roa ci colpisce la fantastica e variegata vegetazione tropicale, dai colori incredibili, che cresce rigogliosa in ogni angolo del centro abitato.

La maggior parte degli abitanti che incontriamo per strada ci saluta con un sorriso.

Nel piccolo museo antropologico dell’isola (che visitiamo), tra i vari reperti si può ammirare la copia di una tavoletta riportante l’enigmatica scrittura “rongo rongo”: uno dei numerosi misteri di Rapa Nui.

Una tavoletta con la scrittura rongo rongo (foto dal web)

Un tempo lontano, sull’isola, si scriveva su tavolette di legno di toromiro utilizzando affilati denti di pescecane o lame di ossidiana. Si incidevano segni simili a geroglifici rappresentanti, in forma stilizzata, figure antropomorfe: pesci, uccelli, piante. Sono stati classificati 150 motivi diversi che, associati, formano quasi 2.000 combinazioni.

Sembra che molte di queste tavole siano state distrutte all’arrivo dei primi europei, in quanto gli abitanti non volevano che cadessero in mano agli stranieri. Attualmente se ne conoscono 29 sparse nei musei di tutto il mondo, ma nessuna è conservata nell’Isola di Pasqua.

Non se ne conosce con esattezza il significato anche perché i membri dell’alta aristocrazia isolana, depositari dei segreti della scrittura, morirono di malattie e di stenti nelle cave di guano di Chicha (in Perù) dove erano stati deportati.

I tentativi di decifrare la scrittura rongo rongo, che si dovrebbe leggere partendo dal basso e scorrendo alternativamente da sinistra a destra e viceversa, girando la tavoletta di 180° alla fine di ogni linea, sono stati molti; nessuno ha portato a conclusioni definitive.

Ci rechiamo all’Ufficio Postale, per far apporre (per puro vezzo) su una paginetta dei nostri passaporti il caratteristico timbro dell’isola.

Giunti nei pressi del porticciolo siamo attratti dalle bancarelle di frutta fresca. Tra angurie e noci di cocco sono in vendita anche piccoli ananas coltivati in loco. Questi mini-ananas, dolcissimi, vengono sbucciati al momento e venduti ai turisti. Ne faccio una scorpacciata.

Il porticciolo di Hanga Roa

Numerose le postazioni di barbecue che arrostiscono per i turisti spiedini di carne e pesce freschissimo, appena sbarcato.

Rosticciere ad Hanga Roa

In fondo alla strada principale di Hanga Roa, che in leggera salita parte dalla costa e si dirige verso l’entroterra, si trova la Chiesa cattolica. Sotto la tettoia c’è il parroco, con un simpatico copricapo di piume e una collana di fiori, che chiacchiera con i fedeli in attesa della messa domenicale.

La chiesetta di Hanga Roa

Incuriositi entriamo all’interno dell’edificio religioso. Gli arredi sacri in legno scolpito fondono la dottrina cristiana con la tradizione locale. Il tabernacolo, ad esempio, è in legno con intagli decorativi legati alle credenze dell’isola.

Nel corso della messa si possono ascoltare i magnifici canti in rapa nui, la lingua polinesiana degli abitanti che è molto simile al tahitiano.

Dal porticciolo, costeggiando l’oceano in direzione nord, incontriamo l’antico e minuscolo cimitero dell’isola, caratterizzato da sculture e divinità in legno. Fuori dal centro abitato sono poche le strade asfaltate.

L’antico, minuscolo, cimitero di Hanga Roa

Piove tutta notte. “Non ci voleva!” Per domani abbiamo in programma un’escursione al vicino vulcano Ranu Kau.

Certamente a seguito delle nostre invocazioni, gli spiriti che vegliano sull’isola devono essersi messa una mano sulla coscienza: all’alba si è levato un venticello tiepido che ha permesso al sole di far capolino dietro una spessa cortina di nuvole dorandone i contorni.

Confidando ancora nella benevolenza degli dei di Rapa Nui partiamo, baldanzosi e zaino in spalla, in direzione del vulcano che si trova ad uno dei 3 vertici dell’isola e dista da Hanga Roa solo 4 km.

L’enorme cratere del vulcano Ranu Kau

Ci inerpichiamo sulla ripida strada sterrata che conduce fino al cratere. L’odore della recente pioggia, portato dal vento, arriva fin quassù addolcita da una fragranza di piante aromatiche. 

Ad un tratto dietro di noi vediamo arrancare a fatica, pedalando, una coppia di giovanotti in mountain bike. Sul partapacchi posteriore dei mezzi sventola una bandierina della Finlandia (una croce blu su sfondo bianco). “Urka se ne hanno fatta di strada!” Li omaggiamo con un meritatissimo «You are great!» accompagnato da un caloroso e sincero applauso di incoraggiamento. Ci ringraziano con un largo sorriso.

Raggiungiamo la cima del vulcano Ranu Kau. Il vento soffia molto forte.

Sulla cresta del vulcano Ranu Kau

Il cratere, del diametro di oltre 1 km ½ e la profondità di 200 metri, sembra il gigantesco calderone di una strega: uno spettacolo impressionante!

Sulla sottile cresta che separa l’enorme cavità dall’oceano, a 400 m s.l.m., si trova il Villaggio Cerimoniale di Orongo; comprende 53 antiche abitazioni dal pavimento scavato nella roccia; i muri e il tetto sono in pietra.

Le costruzioni sono allineate, su più file, sul bordo del cratere; dall’altro lato le pareti verticali del promontorio precipitano nelle acque blu cobalto dell’oceano.

Centinaia di petroglifi che raffigurano “Make Make”, la divinità suprema dell’isola, sono scolpiti su dei massi sparsi tutt’intorno.

Petroglifi scolpiti sui massi in cima al vulcano Ranu Kau

E’ assolutamente da percorrere il sentiero che costeggia il bordo del cratere fino al punto dove incontra il mare e dove le scogliere non permettono di proseguire oltre.

Orongo, che offre uno dei paesaggi più incredibili di tutto il Sud Pacifico, si affaccia sulle tre isole Motu Nui, Motu Iti e Motu Kau Kau.

La mente ritorna agli spettacolari scenari del film “Rapa Nui” prodotto, nel 1994, da Kevin Costner e girato interamente sull’isola … Quegli stessi paesaggi che si aprono davanti ai nostri occhi, appaiono ora ancora più grandiosi giacchè ne possiamo apprezzare la profondità. La meraviglia è indescrivibile! 

Sull’isola, anticamente, era venerato l’Uomo Uccello (in polinesiano Tangata Manu).

Le celebrazioni in suo onore si svolgevano in primavera in concomitanza della deposizione delle uova da parte dei manutara (sterne fuligginose), uccelli migratori messaggeri del dio creatore, e culminavano nella gara tra i rappresentanti dei diversi clan per appropriarsi del primo uovo deposto sull’isolotto di Moto Nui.

Il rito del “birdman, era una gara di forza e abilità che partiva dal santuario di Orongo.  

I competitori dovevano scalare in discesa le scogliere dell’isola fino al mare, indi raggiungere a nuoto – con il rischio di attacchi di squali – l’isolotto di Motu Nui, distante circa un km. Qui dovevano attendere, dentro le grotte dell’isola, l’arrivo delle sterne fuligginose che ogni anno venivano a deporre le uova.

Colui che riusciva per primo a raccogliere un uovo e portarlo integro ad Orongo, presso il Gran Sacerdote, era il vincitore e permetteva al capo del suo clan di essere trionfalmente investito, per il periodo di un anno, del titolo di “Uomo Uccello”; si acquisiva, in tal modo, il potere di governare sull’isola fino alla primavera successiva, quando il rituale si sarebbe ripetuto.

I rapanui erano consci dell’isolamento derivato dalla distanza dalla madre patria e dal resto della Polinesia; gli uccelli migratori rappresentavano, quindi, un legame ideale con la mitica terra d’origine.

In fuoristrada si raggiunge il vulcano Rano Raraku, conosciuto come il “vivaio”, ubicato a circa 18 km da Hanga Roa. E’ la cava da cui venivano estratti i blocchi di tufo utilizzati per scolpire i moai che, una volta terminati, venivano trasportati su tutta l’isola.

Il vulcano Ranu Raraku, la cava dei moai

Gli enigmatici moai, l’immagine più iconica di Rapa Nui, sono gigantesche statue di basalto vulcanico che probabilmente rappresentano gli antenati.

Al di là delle differenze di forma e di peso (non ne esistono due identici), il moai classico si presenta come un modello idealizzato di figura umana con le braccia che scendono strette lungo i fianchi. Le orecchie hanno i lobi allungati. Il cranio è piano per ricevere il pukao, un tozzo copricapo dalla forma cilindrica di colore rossastro per la presenza di ossido di ferro.

Alle pendici del vulcano Ranu Raraku

Questi strani copricapo, scolpiti nelle rocce vulcaniche di Puna Pau e che in qualche caso raggiungono i 2,70 m d’altezza e 2 m di diametro, erano mantenuti in equilibrio grazie ad una cavità in cui poggiava la sommità della statua; costituivano una rudimentale imitazione delle crocchie, le tradizionali acconciature, un tempo molto diffuse tra gli uomini di Rapa Nui, ottenute raccogliendo sulla nuca i capelli annodati con trecce e colorati con un impasto d’ocra rossa.

Gli occhi di corallo bianco e ossidiana, posti nelle cavità orbitali, conferivano al moai il potere di trasmettere l’energia (il “mana”) capace di dominare i fenomeni naturali, stimolare la fertilità e proteggere la comunità; secondo la credenza popolare essi permettevano ai vivi di prendere contatto con il mondo dei morti.

Lungo il sentiero che sale al cratere, chiamato la “strada dei moai”, si possono notare nella parete rocciosa delle sculture abbandonate nelle varie fasi della loro realizzazione: tra queste una, chiamata Te Tokanga (“il gigante”), una volta completata sarebbe stata alta ben 21 m.

Te Tokanga, il gigantesco moai incompiuto di 21 metri nella cava di Ranu Raraku.

Il mistero sulle tecniche adottate per spostare ed erigere i moai ha suscitato nei secoli accese polemiche nel mondo dell’archeologia.

Per molti decenni gli esperti hanno ipotizzato che le statue venissero trasportate su una specie di slitta di legno, oppure fatti scorrere su tronchi, ma gli archeologi, nel 2000, sono giunti alla conclusione che i moai non venivano trascinati in posizione orizzontale bensì in posizione verticale. Utilizzando delle corde e attraverso giochi di baricentro, gli abitanti dell’isola riuscivano a trasportare queste gigantesche statue facendole quasi “camminare da sole”. Questa teoria concorderebbe con la tradizione orale dell’isola che vuole che i moai raggiungessero i loro ahu “camminando”.

Venivano trasportate a volte per svariati chilometri ma, spesso, non arrivavano nel luogo prefissato (così si giustifica la presenza di statue abbandonate e spezzate sparse per l’isola).

Secondo stime approssimative sull’isola ci sarebbero da 800 a 1.000 moai, ma è probabile che ne giacciano molti altri nascosti dai detriti del terreno.           

Il navigatore ed esploratore norvegese Thor Heyerdal (che nel 1947 attraversò l’Oceano Pacifico con la sua leggendaria “Kon Tiki”, una zattera in legno di balsa) nel corso di una campagna di scavi archeologici nell’isola (nel 1956) fece disseppellire un moai: dimostrò che, spesso, sono visibili solo le loro teste, ma al di sotto è quasi sempre presente un corpo interrato.

Thor Heyerdal e la sua equipe con il moai disseppellito,1956. – (foto dal web)

A poca distanza dalla “cava” si trova l’Ahu Tongariki, sito monumentale, uno dei più belli dal punto di vista scenografico.

Sulla più maestosa piattaforma cerimoniale mai costruita, lunga più di cento metri, si trovano 15 moai tra cui il più pesante mai eretto che pesa ben 86 tonnellate. Le statue guardano verso un grande villaggio raso al suolo tra i cui resti sono visibili, incise su alcune lastre di basalto affioranti dal terreno, vari bassorilievi rappresentanti pesci, tartarughe marine e le divinità dell’isola.

Il sito cerimoniale di Ahu Tongariki

I moai, immobili e alteri – con la schiena rivolta all’oceano – infondono in chi li osserva un profondo senso di sconcerto come se, ancora oggi a distanza di secoli, il loro sguardo dalle orbite vuote, fosse in grado di irradiare il mana dei loro avi.

Con i moai di Ahu Tongariki

Nel 1960 uno tsunami abbattè le statue. Il sito fu restaurato da una equipe di archeologi giapponesi tra il 1992 e il 1995. Solo una delle acconciature è tornata al suo posto, sulla testa di un moai.

Nei pressi del villaggio ogni clan faceva erigere un ahu, un altare megalitico sul quale venivano eretti i moai. All’interno dell’ahu si trovava l’avanga, la camera funeraria destinata alle spoglie dei capi. Sulla costa sono sparse circa 350 di queste piattaforme di pietra.

A circa 5 km a nord-est di Hanga Roa, nell’entroterra, si trova l’Ahu Akivi. Il sito presenta sette moai che hanno la particolarità di essere le uniche statue di Rapa Nui che guardano verso il mare.

Secondo la leggenda raffigurerebbero i primi esploratori inviati nell’isola dal re Hatu Matu’a.

Statua lignea di Hotu Matu’a, il primo re dell’isola.

Si è scoperto che il sito aveva anche una funzione astronomica: i sette moai guardano esattamente il tramonto durante l’equinozio di primavera e danno le spalle all’alba durante l’equinozio di autunno.

Il luogo altamente “spirituale” dell’Isola di Pasqua è, comunque, Te Pito Te Kura. E’ un complesso archeologico situato di fronte alla baia di La Pérouse che si apre sulla costa nord-orientale dell’isola. Secondo la tradizione isolana è il luogo dove approdò il re Hotu Matu’a.

La costa di Te Pito Te Kura

Sul sito è presente anche la grotta dove, si narra, detto sovrano visse per qualche tempo.

La grotta del sovrano a Te Pito Te Kura

All’interno di questo “centro cerimoniale“, si trova un ahu con un moai abbattuto (chiamato Paro) alto 12 m; la più grande statua trasportata dalla cava del vulcano Ranu Raraku.

Nelle sue vicinanze, a pochi metri dall’oceano, c’è un piccolo recinto di massi che accoglie 5 pietre sferiche fortemente magnetizzate rinvenute in una delle ali dell’ahu. La pietra centrale, la più grande, liscia e dalla forma ovoidale ha 80 centimetri di diametro.

Le enigmatiche pietre sferiche, l’ombelico di luce, a te Pito Te Kura

La tradizione locale vuole che, secoli addietro, le partorienti mettessero al mondo i loro figli in questo luogo e tagliassero il cordone ombelicale proprio su quella sfera. Essa è chiamata Te Pito Te Kura, espressione che significa letteralmente “ombelico di luce”.

Le ipotesi formulate sulla sua provenienza e sulle sue prodigiose proprietà sono varie: alcuni sostengono sia un piccolo corpo celeste caduto sulla terra; gli amanti dell’esoterismo affermano che questa roccia concentri un’incredibile energia magnetica e soprannaturale (il mitico “mana”) e toccandola con le mani aumenterebbe considerevolmente la fertilità femminile.

Una cosa è certa: a causa del suo altissimo contenuto in ferro questa roccia, ovviamente, si riscalda più di altre sotto i raggi del sole oltre a far “impazzire” le bussole (così come, incuriosito, ho potuto sperimentare con la mia).

Oggi, dopo una sana colazione a base di frutta fresca, ci si incammina per visitare le grotte intorno ad Hanga Roa.

Le origini vulcaniche dell’isola hanno fatto sì che questa disponga di un numero considerevole di cavità naturali create dai fiumi di lava.

Queste gallerie sotterranee furono usate per secoli dalla popolazione indigena come luoghi di culto. A testimonianza di tale attività, in molte di esse si possono ancora trovare dipinti rupestri e altorilievi che rappresentano le divinità dell’isola.

L’esatta collocazione delle singole grotte era un segreto ben protetto dai capi tribù, che tramandavano oralmente a singoli membri della comunità i luoghi dove erano nascoste e i riti da compiersi al loro interno. Alcune grotte erano anche usate per seppellire in alcuni casi i propri morti, come testimoniano ritrovamenti di ossa umane.

Nel periodo delle deportazioni da parte dei mercanti di schiavi le grotte vennero usate come nascondigli dove rifugiarsi.

Dopo aver ricevuto vaghe indicazioni sul come raggiungere la grotta di Ana Ka Kenga, che si trova circa 2 km a nord di Hanga Roa, con qualche difficoltà riesco ad individuarne l’entrata.

E’ chiamata anche la “grotta delle finestre”, in quanto si affaccia sull’oceano e offre una splendida vista sull’Isolotto Motu Tautara.

Ana Ka Kenga, la grotta delle finestre

Nei pressi della strada in terra battuta che conduce a Ahu Akivi troviamo, invece, con relativa facilità l’accesso di Ana Te Pahu, detta anche “grotta dell’albero”. Un grande albero, infatti, spunta da una stretta cavità tra le rocce. Mi calo nella grotta lungo il tronco. Facendomi strada con la torcia del telefonino percorro il buio cunicolo, lungo oltre 150 m (uno dei più estesi dell’isola), fino ad arrivare ad un’altra entrata.

Ana Te Pahu, l’entrata della grotta dell’albero

Ana Te Pau, interno della grotta dell’albero

Sulla costa occidentale, nei pressi del vulcano Orongo, si apre sull’oceano la grotta Ana Kai Tangata, che raggiungiamo tramite un sentiero che scende al mare. E’ chiamata “grotta mangia uomini” forse per le pratiche di cannibalismo in uso a quei tempi nelle tribù dell’isola. L’accesso alla vasta cavità dalle pareti di roccia nera, che presenta belle pitture rupestri, è interdetto per il rischio crolli.

Ana Kai Tangata, la grotta mangia uomini.

Oggi, quinto e ultimo giorno di permanenza a Rapa Nui, si attraversa in fuoristrada l’intera isola per arrivare ad Anakena. La bellissima spiaggia di sabbia bianca, ricca di palme, è l’unico luogo di Rapa Nui che richiama ad un’isola tropicale polinesiana.

La spiaggia di Anakena

L’amena località fa anche da perfetta “location” per l’Ahu Nau Nau, che comprende 7 moai, quattro dei quali completi di acconciature, sul cui dorso è possibile osservare incisioni che rappresentano anche simboli in rongo rongo: in particolare la ‘falce‘ (detta “vaka”) che potrebbe raffigurare una canoa.

La spiaggia di Anakena

Un palmeto offre refrigerio ai numerosi bagnanti che frequentano la spiaggia.

La spiaggia di Anakena

Dopo un fantastico bagno, che ci ritempra dal gran caldo, sfruttiamo l’invitante ombra di una palma per sdraiarci. Ad un tratto il nostro sguardo è catturato da una famiglia di tartarughine che, lentamente, si dirigono verso l’oceano.

Tornati ad Hanga Roa si decide, all’imbrunire, di andare ad ammirare il tramonto all’Ahu Tahai. Il vicino complesso cerimoniale comprende un grande moai solitario e più in là altri cinque di varie dimensioni.

Lo spettacolo delle statue con lo sfondo del sole, che spegnendosi all’orizzonte colora il cielo di rosso fuoco con sfumature dorate, è un momento “mistico” … indimenticabile.

Fantastico tramonto sull’isola all’Ahu Tahai

Anche questa sera ceniamo da “Neptune’s Island”, un ristorantino a soli 20 metri dalla riva dell’oceano, dove lavora “Nunziato” (Nunzio), un cuoco napoletano trasferitosi sull’isola da qualche anno con sua moglie, una cilena di Valparaiso. Con noi è sempre premurosissimo e, questa volta, ci prepara una luculliana zuppa di pescespada, seguita da calamari e gamberetti fritti in maniera impeccabile: il pescato del giorno nei ristoranti dell’isola non manca mai.

Al termine della cena l’affabile chef ci scatta delle simpatiche foto ricordo con i copricapo di piume tipici di Rapa Nui.

Lungo la strada che ci riporta all’hotel ci fermiamo ad ammirare le stelle. Ci sediamo sulla riva dell’oceano sotto un gruppo di palme; su di noi il brulicare immenso del cielo stellato. Il silenzio della notte è inverosimile: nessun suono tranne quello del vento che sibila fra i cespugli e scompiglia l’ammasso di fogliame che, in alto, pende dalle estremità degli esili tronchi …

E’ arrivato il giorno della partenza e come, purtroppo, avviene alla fine di ogni viaggio una sottile malinconia mi pervade.

All’aeroporto, riceviamo un caldo saluto con il rituale dono delle ghirlande di fiori e l’augurio in lingua Rapa Nui: «Ka kite wawe koe!» (“Arrivederci a presto!”). Noi ci limitiamo a rispondere con un sincero Maururu (“grazie”), una delle pochissime parole in lingua “pasquense” che abbiamo imparato in questi giorni.

Rapa Nui è un luogo davvero unico e rimarrà un ricordo indelebile.

L’aereo è pronto sulla pista.

Alla partenza. Aeroporto di Mataveri

In attesa dell’imbarco, si sosta nell’ombreggiato spiazzo all’aperto del piccolo scalo. Respiro l’aria che odora della pioggerellina caduta questa notte; mi preparo a congedarmi mentalmente da quest’isola, dai suoi suoni, dai colori e dal fascino dei sui muti ed enigmatici  “guardiani di pietra” …  

Dopo il decollo il Boeing 787- 9, acquistando quota, sorvola l’isola per una manciata di secondi.

Dal mio oblò scruto l’enorme cratere del vulcano Ranu Kau e la sua parete verticale che strapiomba nell’oceano.

L’estremità sud-occidentale dell’isola con il cratere del vulcano Ranu Kau che si affaccia sull’oceano

Mi assale il rimorso per aver dimenticato di lasciare lì, ai bordi di quell’incredibile voragine (così come mi ero ripromesso partendo dall’Italia), il mio braccialetto di cuoio: volevo che su quel piccolo lembo di terra sperduto nell’immenso blu restasse un “ricordo” del mio passaggio.

Peccato! Invece di lasciare un oggetto lascio, comunque, un pensiero affettuoso. È la cosa migliore che possa donare. È ancora lì …

La spiaggia di Anakena

Ecco i link ai due precedenti articoli del reportage in Cile di Nico Donno:

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