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SULLA LUNA… E NON SOLO (ANCHE NEL VENTRE DI UNA BALENA)

data:

L’autore greco Luciano
di Samòsata come precursore
della letteratura satirica e fantascientifica in un rivelatore articolo del prof. Simone.

di Dino Simone

Luciano e la letteratura satirica e fantascientifica

Cinquant’anni fa, esattamente il 20 luglio 1969, l’astronauta americano Neil Armstrong fu il primo uomo a mettere piede sulla Luna. Si realizzava così un sogno coltivato  fin dall’età classica, nel Cinquecento (nell’Orlando Furioso dell’Ariosto Astolfo viene incaricato di recarsi sulla Luna – dove si raccolgono tutte le cose che si perdono in Terra – per recuperare il senno di Orlando, prima in groppa all’ippogrifo, poi sul carro del profeta Elia) e nel Settecento (le mirabolanti avventure del    Barone di Münchhausen: un viaggio a cavallo di una palla di cannone e lo sbarco sulla Luna).

Nello studio della letteratura greca mi ha sempre affascinato la figura di Luciano di Samòsata (II sec. d. C.), la sua ironia, la sua critica alla società del suo tempo, alle mode, alla religione tradizionale, alla letteratura.

Nella Storia vera, un romanzo satirico, in forma autobiografica, una parodia dei romanzi d’avventura del tempo, i suoi strali sono diretti in particolare  contro il romanzo d’avventure, in voga al suo tempo, avventure stupefacenti, intreccio complicatissimo.

Il titolo è antifrastico, perché, come dice lo stesso autore, nella premessa dei suoi “Libri di storie vere” (Alēthõn diēghēmàtôn  A B, sott. Lògoi) una sola cosa è vera, e cioè che in essi non c’è nulla di vero: «Almeno in questo solo sarò veritiero, dicendo che mento. Così credo di sfuggire all’accusa che può venirmi dagli altri, riconoscendo io stesso di non dire nulla di vero. Scrivo dunque intorno a cose che né vidi né provai né appresi da altri, e inoltre di cose che non esistono affatto, e che non possono assolutamente esistere. Perciò occorre che i miei lettori non ci credano per nulla» (I, 4 , trad. di Q. Cataudella).

L’ironia, il riso beffardo, lo scetticismo sono le caratteristiche di quest’opera di Luciano, un prezioso documento del travaglio generale che affligge la cultura del II secolo d. C.  tra la fine del mondo antico e il nascere e il diffondersi del Cristianesimo.  Luciano ci racconta una storia vera, dichiarata falsa, che viene considerata la prima narrazione fantascientifica, la precorritrice, il  paradigma della finzione scientifica che supera gli spazi e i tempi logici delle conoscenze umane.

Insomma, non Armstrong né Aldrin sono stati i primo umani a scendere sulla Luna, né gli altri, ma Luciano, nella sua “vera” finzione.

Frutto di una sfrenata fantasia, la Storia vera è una continua demistificazione, al di là dei limiti imposti da credenze o fedi di ogni genere. Non è tuttavia un semplice divertimento, ma un’opera impegnata, nel suo scetticismo, a svelare  l’assurdità delle false invenzioni letterarie, filosofiche e scientifiche.

Avvalendosi di una straordinaria immaginazione, Luciano ha finito con il costituire un innegabile punto di riferimento a opere come l’Orlando Furioso, Gargantua e Pantagruel, Le avventure del Barone di Münchhausen, Ventimila leghe sotto i mari, tanto per citarne solo alcune.

Il barone di Münchhausen sulla Luna

 …e a cavallo di una palla di cannone

La trama dei due libri che compongono la “Storia vera” è varia, ma io voglio mettere a fuoco due episodi: Luciano sulla Luna e nel ventre della balena.

La nave su cui si è imbarcato Luciano, partita dalle Colonne d’Ercole, raggiunge un’isola che ha al centro un fiume in cui scorreva, anziché l’acqua, il vino. E c’era una vigna con le piante che nella parte superiore erano donne: a queste dalle estremità delle dita nascevano dei tralci, mentre  sulle teste, invece di capelli, avevano viticci, foglie e grappoli. Due compagni di Luciano, accoppiatisi con le donne-vite non poterono più sciogliersi e misero radici e le loro dita, trasformatesi in tralci, si intrecciarono con i viticci.

Improvvisamente la nave viene colpita da un tifone che la solleva in aria, mentre un forte vento gonfia le vele e la porta, sospesa in alto, sulla Luna.

 “Sette giorni e altrettante notti corremmo per l’aria: nell’ottavo vedemmo una gran terra nell’aere, a guisa d’un’isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici ed approdati scendemmo: e guardando il paese, lo trovammo abitato e coltivato. Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un’altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: pensammo fosse questa che noi abitiamo” (I 10, trad. di Luigi Settembrini).

Il suolo lunare, descritto da Luciano era abitato e coltivato, a differenza di quello visto da Armstrong e Aldrin, squallido, ricoperto di polvere. Re della Luna era Endimione, personaggio mitico che, mentre giaceva addormentato in una grotta, fu rapito da Selene – la Luna – che  se ne era innamorata. Quando Luciano e i suoi compagni arrivarono sulla Luna era in corso la guerra tra i Seleniti e gli abitanti del Sole (Elioti), il cui re era Fetonte (altro personaggio della mitologia che guidava il carro del Sole – Helios. La battaglia decisiva è vinta dai Seleniti e viene firmato un accordo di collaborazione: “I Seleniti lasceranno libere le altre stelle di governarsi da sé, non porteranno le armi contro  gli Elioti, ma li aiuteranno a combatteranno con loro se qualcuno li assalirà.

Cessato il vento, Luciano e i compagni furono lasciati andare e discesero sul mare.

  “A un tratto vediamo un grandissimo numero di fiere diverse e di balene (kētē), ed una più grande di tutte lunga ben millecinquecento stadi venire a noi con la bocca spalancata, con larghissimo rimescolamento di mare innanzi a sé, e fra molta schiuma, mostrandoci denti molto grandi, aguzzi come spiedi, e bianchi come quelli d’elefante. Al vederla : Siamo perduti, dicemmo tutti quanti; ed abbracciati insieme aspettavamo ed eccola avvicinarsi, e tirando a sé il fiato c’inghiottì con tutta la nave; ma non ebbe tempo di stritolarci, che tra gli intervalli dei denti la nave sdrucciolò giù.

Come fummo dentro la balena, dapprima c’era buio, e non vedevamo niente: ma dipoi avendo essa aperto la bocca, vediamo un’immensa caverna larga ed alta per ogni verso, e capace d’ una città di diecimila uomini.[…] Nel mezzo c’era una terra con colline, formatasi, come io credo dal limo inghiottito: sopra di essa una selva con alberi d’ogni misura, ed erbe […] e ci vedevamo ancora uccelli marini, come gabbiani ed alcioni, fare i loro nidi sugli alberi.[…] “Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini, o uomini sfortunati come noi?” [chiese loro un vecchio, che con un giovane lavorava con molto impegno in un orticello]” (I, 30 e segg, passim, trad, di Luigi Settembrini).

Nel ventre della balena  abitavano anche molti altri uomini, inospitali e selvaggi, contro  i quali Luciano e i compagni attaccarono battaglia e li sterminarono quasi tutti. Preso possesso del paese, essi rimasero nel ventre della balena per un anno e nove mesi. Alla fine, per cercare di uscirne, dopo vari tentativi decisero di dar fuoco alla selva. Morta la balena, tirata la nave e fattala passare fra gli interstizi dei denti e fissatala a questi la fecero scendere lentamente nel mare.

Uscita dalla bocca della balena la nave attraversa un mare di latte con nel mezzo un’isola di formaggio; quindi un mare di acqua salata e ceruleo, dove i Sugheròpodi, uomini con i piedi di sughero, non affondavano ma camminavano sulle onde senza paura (novelli surfisti). In un’altra isola incontriamo i Bucefali, uomini simili nell’aspetto al Minotauro, e, verso la fine del viaggio, all’uscita ci imbattiamo in uomini che erano allo stesso tempo marinai e navi: giacendo supini sull’acqua, tenevano erette le loro vergogne (tà aidoîa) – le hanno grandi – e, spiegata la vela attaccata ad esse, e tenendo con le mani le sartie, navigavano sotto la spinta del vento.

Il libro è anche una presa in giro dei dotti del suo tempo, perché Luciano non risparmia proprio nessuno, e, una volta approdato all’isola dei “Beati”, dove incontra Socrate, Platone, Aristofane e tanti altri grandi del passato,  immagina di intervistare Omero, fingendo, con la sua tagliente ironia (che a volte diventa scherno), di aver finalmente risolto l’annosa questione omerica, già definita da Seneca (De brevitate vitae) uno dei  modi  più sbagliati di utilizzare la vita che ci è stata data, la quale non è breve se sappiamo ben utilizzarla.

Alla Storia vera di Luciano si rifanno anche i Viaggi di Gulliver (di J. Swift) presso strani popoli, alcuni minuscoli i Lillipuziani, altri giganteschi e Le avventure di Pinocchio, finito anche lui, come Luciano, nel ventre di una balena ( il Pesce-cane).

Un murale raffigurante Gulliver nel paese dei Lillipuziani

Per Pinocchio che si trasforma in asino dobbiamo ricordare anche le Metamorfosi, o l’Asino d’oro,  dello scrittore latino Apuleio, contemporaneo di Luciano.

Forse la più classica traduzione di tutte le opere di Luciano è quella di Luigi Settembrini,  a cui lo scrittore napoletano, autore tra l’altro  delle Ricordanze della mia vita, si dedicò, tra il 1851 e il 1859 nel penitenziario dell’isola di Santo Stefano, dove stava scontando la condanna all’ergastolo, che gli era stata inflitta dal regime Borbonico per la sua attività patriottica.

Ecco che cosa dice della traduzione di Settembrini Danilo Baccini, che ne ha curato la riedizione:   “Dopo una discreta e cauta ripulitura la bella traduzione torna a brillare nel suo genuino splendore e corrispnde alle nostre aspettative […] È accaduto alla traduzione del Settembrini quello che  […] è accaduto alle porte del Ghiberti, che, una volta ripulite della patina lasciata dal tempo, sono tornate a rifulgere nel loro autentico valore”.

È certamente questa traduzione di Luciano, pubblicata nel 1861, che ispirò a Collodi l’episodio di Pinocchio e Geppetto nella balena, anche se il cetaceo di cui parla Luciano è infinitamente più grande di quello in cui finirono mastro Geppetto e il burattino.

L’episodio della balena, che occupa ben 14 capitoli, tra il primo e il secondo libro dell’opera lucianea, ha indubbiamente precedenti in varie mitologie, e anche nella Bibbia, nell’episodio di Giona, e non si può escludere un rapporto tra il libro di Giona e  l’episodio della Storia vera.

A Giona viene comandato dal Signore di andare a predicare a Ninive, la Grande Città. Giona invece rifiuta di obbedire e fugge a Tarsis su una nave, che però è investita da una tempesta e rischia di naufragare per la violenza delle onde. Allora Giona svela ai compagni di viaggio che la colpa dell’ira divina è sua e che egli deve essere gettato in mare. perché la nave sia salva.

Giona fu gettato in mare, ma una balena lo inghiottì. Dal ventre della balena, dove rimane tre giorni e tre notti, Giona rivolge a Dio un’intensa preghiera, un vero salmo. Allora, per comando divino, la balena vomita Giona sulla spiaggia.

Il canto di Giona fu musicato da Giacomo Carissimi nel Seicento.

Tutti da piccoli abbiamo letto il capolavoro di Collodi, la storia del burattino che diventa uomo. Ma forse non tutti sanno che l’episodio della balena (del Pesce-cane) deriva dalla Storia vera di Luciano e dalla storia del profeta Giona.

Pinocchio, che era stato trasformato in un asino,  siccome era azzoppato viene buttato in mare dal suo padrone e, mangiato dai pesci,   ritorna ed esser un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane.

“E nel camminare [nel ventre dell’animale] sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima. E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata […] A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un’ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare: Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più! –Dunque gli occhi mi dicono il vero?–replicò il vecchietto stropicciandosi gli occhi,–Dunque tu sé proprio il mì caro Pinocchio? –Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete di già perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!…[…] – Allora, babbino mio,–disse Pinocchio,–non c’è tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire… -A fuggire?… e come? –Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare. –Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare. –E che importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un  buon nuotatore vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia (Le avventure di Pinocchio, cap. XXXV).

Le somiglianze fra i due testi non sono molte, ma anche nell’opera di Luciano nel ventre della balena si incontrano un vecchio e un ragazzo. E poi in entrambi i testi il problema per i protagonisti era di cercare in tutti i modi di uscire da quella prigione.

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