Crisi sanitaria, abitativa ed ecologica: l’articolo del Guardian che sta facendo discutere il mondo sulle contraddizioni del nostro modello economico, analizzato da Roberto Talenti, concittadino molese e ricercatore in diritto europeo e della sostenibilità, dottore di ricerca presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
di Roberto TALENTI
Poche settimane fa il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un articolo destinato a far discutere, tanto da essere ripreso da importanti giornali internazionali come Le Monde. A firmarlo sono, tra gli altri, Olivier De Schutter, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Povertà Estrema, il Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz e l’economista di Oxford Kate Raworth.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la strategia della crescita è destinata al fallimento. Esiste una strada migliore”.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al sovrapporsi di molte crisi: lavoro sempre più precario e sottopagato, aumento del costo della vita e degli affitti, sanità, scuola e università sottofinanziate. Sullo sfondo, una crisi climatica sempre più evidente, fatta di ondate di calore, siccità e fenomeni estremi che, in questo primo mese d’estate, hanno già causato più di 1.300 morti in tutta Europa.
Di fronte a tutto questo, la politica ha spesso risposto in modo frammentario: bonus, misure emergenziali o, più semplicemente, spostando il dibattito pubblico su altri temi, come l’immigrazione e la sicurezza.
Eppure, i dati raccontano una realtà diversa. L’Italia è tra i Paesi europei con il più basso tasso di omicidi e la stragrande maggior parte degli omicidi è commessa da cittadini italiani (per un totale di circa 330 morti l’anno secondo l’Istat). Al contrario, secondo le stime dell’ASViS (Agenzia Italiana Sviluppo Sostenibile), solo l’inquinamento da smog e polveri sottili provoca ogni anno circa 70.000 morti premature. Se l’obiettivo è davvero la sicurezza dei cittadini, vale la pena chiedersi perché il dibattito pubblico si concentri molto più sui migranti che sulle grandi aziende che contaminano il nostro territorio ed incidono sulla salute di tutti.
Anche le migrazioni, del resto, sono spesso una conseguenza delle stesse crisi che viviamo anche noi: povertà, cambiamento climatico e instabilità economica. Nei Paesi del cosiddetto Sud globale questi fenomeni sono però molto più intensi, anche a causa di rapporti economici internazionali che, come evidenzia anche la rivista scientifica Nature, continuano a favorire i Paesi più ricchi attraverso uno sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro a costi artificialmente bassi.
Secondo gli economisti del Guardian, il problema è quindi più profondo. Non riguarda una singola crisi, ma il funzionamento stesso del nostro modello economico. Un sistema che molti definiscono capitalismo finanziario, la fase più matura del capitalismo, fondato sulla necessità di una crescita continua dei profitti.
Per aumentare i profitti si possono alzare i prezzi oppure ridurre i costi. E ridurre i costi, nella pratica, significa spesso comprimere salari e diritti dei lavoratori oppure sfruttare sempre di più le risorse naturali. Da qui derivano, almeno in parte, sia l’aumento delle disuguaglianze sia la crescente pressione sugli ecosistemi.
L’antropologo economico Jason Hickel sostiene che la crescita economica possa aver svolto un ruolo importante in alcune fasi dello sviluppo umano, ma che oltre una certa soglia sia associata a un peggioramento della qualità della vita. Questo perché tende a concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi, aumentando anche la loro capacità di influenzare la politica e il dibattito pubblico, come osserva anche l’economista Luigi Zingales.
Inoltre, le conseguenze negative sono anche sociali e culturali.
Molte persone lavorano quaranta ore alla settimana, spesso in condizioni di crescente precarietà e in attività rispetto alle quali faticano a riconoscere un significato personale. Alla fine della giornata rimangono poco tempo ed energie per la famiglia, gli amici, il volontariato, la partecipazione civica o, più semplicemente, per costruire relazioni solide. Si vive di corsa, sempre più soli, mentre il senso di comunità si indebolisce.
In questo contesto, il consumo finisce per diventare una delle poche gratificazioni immediate. La pubblicità e il mercato ci suggeriscono continuamente che la felicità si trovi nel prossimo acquisto. Un tempo comprare significava anche incontrare persone, parlare con il commerciante, vivere uno spazio della comunità. Oggi sempre più spesso basta un clic, e anche quel momento di socialità scompare.
Questo modello produce effetti che vanno ben oltre le nostre vite quotidiane. Da una parte comprime la classe media; dall’altra continua a sfruttare il lavoro e le risorse naturali dei Paesi più fragili. Allo stesso tempo tratta l’ambiente come una semplice fonte di materie prime, nonostante il pianeta abbia limiti fisici che non possono essere superati all’infinito.
Il risultato è una concentrazione della ricchezza senza precedenti. Secondo il World Inequality Report 2026, lo 0,001% della popolazione mondiale possiede una ricchezza pari a circa tre volte quella detenuta dalla metà più povera dell’umanità. Come mostra il grafico qui sotto, questa concentrazione è aumentata costantemente nel corso degli anni. Quando una quota così ridotta di persone controlla enormi capitali, imprese, mezzi di comunicazione e una parte crescente dell’economia, è legittimo chiedersi quanto sia realmente equilibrato il funzionamento delle nostre democrazie.

Evoluzione della ricchezza detenuta dal 50% più povero della popolazione mondiale (linea blu) e dallo 0,001% più ricco (linea rosa) come percentuale della ricchezza globale. Fonte: World Inequality Report 2026.
Forse il punto è proprio questo: il sistema economico attuale non è inefficace. Al contrario, è estremamente efficace nel concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi. Il prezzo di questo successo, però, viene pagato dalla maggioranza delle persone attraverso salari stagnanti, servizi pubblici indeboliti, crescente insicurezza economica e una competizione continua tra gruppi sociali che finiscono per percepirsi come avversari invece di riconoscere le cause comuni delle proprie difficoltà.
Riconoscere questo meccanismo significa smettere di cercare capri espiatori tra le persone più vulnerabili e marginalizzate e iniziare a interrogarsi sulle dinamiche economiche che producono e riproducono la disuguaglianza, concentrando ricchezza e potere nelle mani di una ristretta élite. Le retoriche dominanti finiscono per distogliere l’attenzione da questi processi, trasformando chi subisce gli effetti del sistema nel bersaglio del malcontento, invece di mettere in discussione chi da quel sistema continua a trarre i maggiori benefici. Parlare apertamente di queste contraddizioni è il primo passo per immaginare un modello economico fondato non sulla crescita fine a sé stessa, ma sulla giustizia sociale, sulla partecipazione democratica e sul rispetto dei limiti ecologici del pianeta.
Vale quindi la pena leggere le parole con cui gli autori del Guardian elaborano il loro ragionamento:
“Viviamo in un’epoca di scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, circa un decimo della popolazione vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non possono permettersi cibo sufficiente, una casa dignitosa o cure sanitarie di base, mentre una piccolissima élite accumula ricchezza e potere senza precedenti. Allo stesso tempo, siccità, incendi, alluvioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.
Non si tratta di crisi separate. Sono i sintomi di un modello economico arrivato al capolinea. La povertà e la disuguaglianza non sono inevitabili: sono il risultato di precise scelte politiche. E se le politiche possono creare la povertà, possono anche eliminarla.
Per decenni ci è stato detto che sarebbe bastato far crescere l’economia perché tutti ne beneficiassero. Ma questa promessa non si è realizzata: mentre il reddito complessivo aumentava, i salari ristagnavano, il lavoro diventava più precario e i servizi pubblici venivano ridimensionati. La crescita si è separata dalla prosperità condivisa. […]
In tutto il mondo, le lotte delle popolazioni indigene, l’organizzazione femminista, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica stanno difendendo e costruendo futuri alternativi radicati nella cura collettiva e nei diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati stanno promuovendo nuove visioni della governance economica globale, mentre i governi stanno sperimentando strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e la creazione di ricchezza comunitaria”.





Bravissimo Roberto vai avanti così!
Grande Roberto! Che bel articolo