Nico Donno, molese trapiantato a Genova da molti anni, già docente nelle scuole secondarie, non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione: il VIAGGIO. Sì, perchè Nico non è un turista, ma è un viaggiatore. Una differenza fondamentale per guardare e osservare il mondo con estrema attenzione e curiosità. Ecco allora il ritorno dei suoi stupendi reportage su “Mola Libera”, con un viaggio indimenticabile, tra Messico e Guatemala, passando per il Chiapas e lo Yucatan. Buona lettura!
di Nico DONNO
Città del Messico
Metropoli frenetica, inquinata e pericolosa ma sorprendentemente ricca di Storia, Arte e tradizioni popolari.
Dopo il lungo volo intercontinentale da Francoforte, il Boeing 747-8 della Lufthansa atterra all’Aeroporto Internazionale “Benito Juárez” di Città del Messico.
Sbrigate le previste formalità doganali e ritirati i bagagli, ci dirigiamo all’uscita dell’aerostazione per imbarcarci sul primo taxi libero. Il sole è già calato da un pezzo e la temperatura, nonostante la vicinanza al tropico, è comunque frizzantina considerando che qui siamo ad un’altitudine di 2.230 metri s.l.m.
Ho sempre desiderato visitare il Messico così come le altre nazioni del Centro America, nonostante i soliti luoghi comuni (l’alto indice di criminalità presente nelle città, le violentissime lotte senza quartiere tra cartelli della droga che spesso coinvolgono anche ignari cittadini, l’elevato livello di corruzione delle forze dell’ordine ecc.) che non invogliano certo a partire verso questi esotici lidi. D’altronde, se si desidera viaggiare (è, oramai, più o meno pericoloso farlo in qualsiasi angolo del mondo) occorre sempre prendere in considerazione l’eventualità di andare incontro (nonostante le dovute precauzioni, le attenzioni e soprattutto il buon senso) a disagi, imprevisti e a qualche rischio: questo è lo scotto da pagare! Diversamente si può sempre scegliere di rimanere al sicuro nella “comfort zone” del proprio salotto.
Il Messico, denominato ufficialmente Stati Uniti Messicani, è una Repubblica Federale Presidenziale composta da 32 entità federative (31 Stati e Città del Massico); vanta un’infinita varietà di sfumature nella flora, nella fauna, nel territorio (grande 6,5 volte l’Italia) e persino nel cibo (la cucina messicana, dal 2010, è diventata Patrimonio dell’Umanità UNESCO in quanto considerata una delle più ricche del mondo per proteine, vitamine e minerali).
“Non ci resta, quindi, che partire e andare a controllare!”
Impieghiamo circa 1 ora per percorrere i 13 km che separano lo scalo aeroportuale dal centro della capitale messicana. Siamo stanchi e frastornati, anche per gli effetti del “jet lag” dovuto al fuso orario (Roma è avanti di 7 ore rispetto a Città del Messico).
Completate, presso la reception del nostro albergo, le formalità del check-in, ci fiondiamo sotto una calda e ristoratrice doccia … indi Morfeo ci accoglie tra le sue confortevoli e capienti braccia. Le valige le disferemo solo l’indomani.
Dopo una meritata dormita e una sostanziosa colazione alle 8:00 siamo già “operativi” per la visita della città. La capitale messicana è un’immensa, frenetica, sovrappopolata e inquinata metropoli di oltre 25 milioni di abitanti, circondata da montagne vulcaniche che trattengono lo smog. La città, centro economico e amministrativo del paese, è però ricchissima di testimonianze della storia millenaria oltre che un sorprendente scrigno di tradizioni popolari e di colore.
Quando Hernàn Cortès, nel 1519, entrò con le armi nella capitale azteca, Tenochtilàn, la città si ergeva su un’isola in mezzo al lago Texcoco. Dopo averla conquistata, gli spagnoli la rasero al suolo e le pietre e la terra degli edifici distrutti riempirono il lago, prosciugandolo.
Il centro storico, che si sviluppa sull’area dove sorgeva l’antica città azteca, risale per lo più al periodo coloniale e postcoloniale.
Camminare, a mio parere, è il modo migliore per spostarsi nel Centro Storico, anche se le strade tra l’Alameda e Plaza Garibaldi sono considerate pericolose.
Cominciamo la visita dalla centralissima Plaza de la Constituciòn, a pochi isolati dal nostro hotel. La piazza, conosciuta da tutti come Zòcalo, è una delle più grandi del mondo ed è usata come palcoscenico per cerimonie ufficiali e parate militari.

Nel mezzo di questo immenso spazio lastricato sventola una grande bandiera messicana e, intorno, si ergono la Cattedrale Metropolitana e il Palacio Nacional. In un angolo vi sono i resti aztechi del Templo Mayor scoperto negli anni ’70.

Per portare a termine la costruzione della grande Cattedrale sono stati necessari quasi tre secoli, dal 1525 al 1813; il lungo periodo di costruzione è testimoniato dall’amalgama di stili che caratterizza l’architettura della chiesa: classico, barocco, churrigueresco e neoclassico. Benché danneggiata dai cedimenti del terreno, che interessano l’intero centro della città, essa rimane uno degli edifici religiosi più importanti dell’America Latina e il più grande. Le sue torri, alte 67 m, svettano sullo Zòcalo. La basilica sta lentamente sprofondando nella soffice argilla che costituiva un tempo il letto del lago Texcoco. Il problema si è acutizzato dopo il terremoto del 1985. Nel 2000 è stato ultimato un massiccio progetto di recupero, soprattutto sotterraneo, per stabilizzare la struttura della cattedrale e tale intervento ne ha impedito il crollo. Durante la visita al suo interno notiamo distintamente gli angoli diseguali delle colonne e il pavimento sensibilmente inclinato.

Adiacente alla Cattedrale, si erge il Sagrario Metropolitano, costruito nella metà del ‘700 in stile churriguerresco come parrocchia. Proprio nel cortile di questa chiesa fu rinvenuta la “Pietra del Sol”, il calendario azteco in pietra, pesante 24 tonnellate che oggi si trova al Museo Nazionale di Antropologia.
Ci spostiamo in direzione del Palacio Nacional, imponente edificio rinascimentale dove hanno sede gli uffici del Presidente della Repubblica. La grande costruzione è stata eretta sull’intero lato est dello Zòcalo, proprio sul sito di quello che fu il palazzo dell’imperatore azteco Montezuma, successivamente sede del conquistador Cortez. La sua principale attrazione sono gli straordinari murales intorno alla scalinata del patio principale, realizzati da Diego Rivera tra il 1929 e il 1935; scopo dell’artista era di celebrare la turbolenta storia messicana, dal suo antico passato al potenziale futuro reso possibile dalla rivoluzione del 1910.
Percorso un centinaio di metri tra bancarelle di venditori ambulanti di oggettistica e souvenir, ecco i resti del Templo Mayor che, edificato dagli aztechi tra il XIV e il XV secolo, si ergeva nel cuore di Tenochtitlàn. Gli aztechi costruirono il loro edificio religioso più importante sul luogo in cui – in base alla storica profezia – avevano visto un’aquila appollaiata su un cactus intenta a divorare un serpente (simbolo centrale sul tricolore della bandiera messicana).
Plaza Garibaldi, ubicata a nord del Centro Storico, è la sede della musica mariachi.

Si possono vedere i musicisti mariachi vestiti con i loro pantaloni aderenti, le eleganti uniformi ricamate in argento e il grande sombrero sulla testa intonare romantiche melodie. I musicisti possono essere ingaggiati a canzone o a ore. I prezzi variano a seconda del numero dei mariachi e della loro bravura. È importante sapere che le strade tra Alameda e Piazza Garibaldi possono essere pericolose da frequentare e molti turisti raggiungono la piazza in taxi.
Plaza de las Tres Culturas, poco più a nord di Plaza Garibaldi, è occupata per la maggior parte della sua superficie dall’antico centro cerimoniale azteco di Tlatelolco, la “città gemella” della capitale azteca Tenochtitlàn.

Il nome della piazza è derivato dalla fusione architettonica delle tre culture: moderna, coloniale e precolombiana, che si sviluppa intorno a Tlatelolco. Qui infatti si trova un Templo Mayor simile a quello di Tenochtitlan, la Chiesa di Santiago edificata dai francescani nel 1610 e diversi edifici moderni, tra cui la Torre in vetro e cemento del Ministero degli Esteri.
Il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’inizio dei Giochi della XIX Olimpiade, che si svolsero a Città del Messico dal 12 ottobre al 27 ottobre 1968, nella Piazza delle Tre Culture avvenne il massacro di Tlatelolco. Non si conosce il numero esatto delle vittime anche se le stime più attendibili indicano oltre 300 morti (tutti tra i manifestanti) e moltissimi “desaparecidos”.

Il massacro fu preceduto da mesi di inquietudini politiche nella capitale messicana, con manifestazioni e proteste studentesche per appoggiare gli eventi che accadevano nel 1968 in diverse parti del mondo. Gli studenti volevano accrescere la propria visibilità grazie all’attenzione che c’era sulla città a causa degli imminenti Giochi Olimpici.
Le manifestazioni si intensificarono a tal punto che il 2 ottobre, dopo 9 settimane di sciopero studentesco, 15.000 studenti di varie università marciarono per le vie della città, protestando contro l’occupazione del loro campus da parte della polizia. Al calare della notte 5.000 studenti e lavoratori si raccolsero nella Plaza de las Tres Culturas di Tlatelolco.
Alla fine della giornata le forze militari e la polizia politica con mezzi blindati e veicoli da combattimento circondarono la piazza e aprirono il fuoco, puntando sulle persone che protestavano o che semplicemente passavano di lì. In breve tempo una massa di corpi coprì la piazza. Fra i feriti anche la scrittrice fiorentina Oriana Fallaci, che si trovava in un grattacielo sovrastante la piazza per controllare le azioni fra manifestanti e forze dell’ordine. Colpita da un elicottero in volo, fu creduta morta e portata in obitorio, dove un prete si rese conto che era ancora viva. La giornalista riportò tre ferite d’arma da fuoco.
Il massacro continuò tutta la notte, i soldati si accamparono negli appartamenti vicini alla piazza. Testimoni riferirono che i corpi furono spostati con camion dell’immondizia. La spiegazione ufficiale fu che facinorosi armati incominciarono a sparare verso le forze dell’ordine che, per difesa personale, risposero al fuoco.
Soltanto 29 anni dopo il massacro, nell’ottobre 1997, il congresso messicano formò un comitato per investigare sul massacro di Tlatelolco. Venne accertato che gli studenti erano disarmati e che l’attacco militare fu pianificato precedentemente per annientare il movimento studentesco.
Tlatelolco era già stato luogo, più di tre secoli prima, per la precisione il 13 agosto 1521, di un cruento massacro compiuto dai conquistadores spagnoli e i loro alleati indigeni contro gli aztechi: Cuauhtèmoc, ultimo imperatore azteco, dopo un’eroica resistenza venne ucciso dagli spagnoli di Cortèz che massacrarono circa 40.000 persone; si decretò de facto la fine della civiltà azteca e il termine della guerra di conquista spagnola.
Dopo pranzo ci rechiamo a visitare il sito archeologico di Teotihuacàn (letteralmente “il luogo dove gli uomini diventarono dei”) una delle più straordinarie città del mondo antico. Questo colossale centro urbano, a 40 chilometri a N-E dalla moderna Città del Messico, si ritiene sia stato fondato intorno al 100 a.C. Esso ospitava circa 125.000 persone e si estendeva per oltre 20 km; era, quindi, (a quell’epoca) la sesta città più grande in tutto il mondo.

Il sito archeologico, il più visitato del Messico, copre una superficie totale di 83 Kmq e, nel 1987, è stato designato come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. La città raggiunse il culmine del suo splendore nel periodo compreso tra il 150 e il 450 d.C, quando fu il centro principale di un’importante cultura che dominò l’America Centrale, esercitando un potere ed un’influenza paragonabili a quelli dell’antica Roma.
Sui lati dell’ampio viale centrale della città, chiamato dagli Aztechi “Viale dei Morti” – perchè essi, erroneamente, credevano fosse fiancheggiato da tombe reali – sorgono ancora imponenti edifici, tra i quali l’immensa Piramide del Sole, la Piramide della Luna e molte altre piattaforme. Oggi sappiamo che si trattava di altari cerimoniali, sopra i quali venivano eretti dei templi.
Per oltre 1.000 anni dopo il suo declino, le rovine di Teotihuacan rimasero nascoste sotto uno spesso strato di terra e vegetazione.
Le antiche costruzioni furono portate alla luce grazie a un lungo scavo che iniziò nel 1864 e continua ancora oggi. I resti attualmente visibili, di quello che è considerato uno dei siti archeologici più famosi e interessanti per i turisti e i visitatori del Messico, è solo una parte irrisoria di quello che fu.
Il “Viale dei Morti” è l’asse di comunicazione principale dell’antica città: si tratta di un ampio viale lungo circa 4 km e largo 45 m, con andamento da nord a sud, che attraversa l’intero sito e dove si affacciano tutti i maggiori e più famosi monumenti di Teotihuacan.
La Piramide del Sole è una delle più grandi del mondo. Terminata probabilmente nel II secolo d.C. fu costruita con mattoni di creta, paglia e terra, ricoperti di ghiaia e pietre. Il rivestimento era di stucco colorato. Sotto la piramide sono stati scoperti tunnel e stanze. La base quadrata della Piramide del Sole, di 225 m di lato, è simile a quella della Grande Piramide di Giza, in Egitto, ma non raggiunge la metà della sua altezza: 65 m contro 144 m.
La Piramide della Luna, a quattro gradoni, benché sia più piccola di quella del Sole, grazie al dislivello del terreno, ha la medesima altezza. Dalla sua cima, quando era ancora consentita la salita ai visitatori, si godeva di una magnifica vista sull’antica città.
La Ciudadela, che si trova sul lato destro del Viale dei Morti, fu chiamata così dagli spagnoli perchè ritenevano, erroneamente, fossero le rovine di una cittadella fortificata. Si trattava, invece, di uno dei più importanti centri cerimoniali cittadini.
Su uno dei lati dello spiazzo sorge un’alta piattaforma dotata di ripidi scalini, su cui si trova il “Tempio di Quetzalcòatl” a base piramidale con quattro corpi scalabili ricchi di stupendi ornamenti che non hanno uguali in tutta la città.

A quest’ora del giorno fa molto caldo e numerosi turisti si proteggono con degli ombrelli acquistati dalle bancarelle di souvenir sparse per l’intero sito.
Le rampe lisce a fianco delle scalinate sono ornate da sculture che riproducono la testa del dio Quetzalcòatl, il “serpente piumato” (dio del vento e della conoscenza, che i maya chiamavano Kukulkan) una delle divinità più importanti del panteon atzeco; mentre al centro si trovano rappresentazioni di Tlaloc il dio della Pioggia. Costruito circa nel 200 d.C. fu più tardi coperto da una piramide, che oggi è stata in parte rimossa. Gli archeologi, nel 2010, scoprirono un antico tunnel, che scende per 12 m sotto il tempio e porta ad una serie di gallerie.

Rientrati a Mexico City si sosta per una visita alla Basilica di Guadalupe, il santuario cattolico più ricco e più venerato di tutto il continente americano.
L’edificio fu costruito nei primi anni del XVIII secolo sul luogo dell’apparizione, nel 1531, della Vergine dalla pelle scura.

Dopo cena, si fanno due passi nell’ampio Paseo de la Riforma, viale elegante ed alberato lungo 3,5 km, fiancheggiato da alti e moderni edifici amministrativi. Numerose le statue e le fontane che decorano il viale, tra i quali il Monumento all’Indipendenza con il suo angelo dorato, il simbolo della città (eretto nel 1910), per commemorare gli eroi della lotta contro il governo coloniale spagnolo.

Il mattino successivo, in taxi, si raggiunge il Museo Nazionale di Antropologia, che inaugurato nel 1964, è una delle principali attrazioni della città. Le sue vaste e ariose sale ospitano delle rinomate collezioni di reperti delle civiltà precolombiane messicane.
A fianco all’entrata del museo si trova una statua gigantesca di Tlaloc, la divinità della pioggia.
Giunti nell’ampio e centrale patio del museo siamo impressionati dalla vista di una grande tettoia, lunga 84 m, sorretta da un pilastro alto 11 m (è la più grande struttura in calcestruzzo al mondo ad essere sorretta da un solo pilastro).

Sul muro di fronte alla grande sala d’ingresso si trova l’imponente Pietra del Sole. Questo disco di basalto fu ritrovato nello Zòcalo nel 1790. La scultura, del diametro di 3,6 m e pesante 24 tonnellate, descrive l’origine del mondo azteco e ne profetizza la conclusione. Gli Aztechi pensavano di vivere la quinta e ultima creazione del mondo (ogni creazione era rappresentata da un sole).

Tra le tante sezioni del museo visitate, la più entusiasmante – a mio modesto parere – è quella dedicata alla grande civiltà Maya per la complessa bellezza delle loro grandi città di pietra nella giungla, come Palenque nel Chiapas e Chichen Itza nello Yucatan e al loro misterioso e improvviso declino precedente l’arrivo dei conquistadores spagnoli. Una piccola galleria sotterranea ospita la riproduzione della Tomba Reale di Pakal trovata sotto il Tempio delle Iscrizioni di Palenque.

Il bellissimo giardino esterno del grande complesso museale presenta, poi, diverse copie di edifici cerimoniali maya e un gruppo di altre sculture e stele avvolte dalla fitta vegetazione.

A poca distanza dal museo, sempre all’interno del grande Bosco di Chapultepec, abbiamo l’occasione di assistere allo spettacolo dei “los Voladores”. Questa esibizione non è un spettacolo acrobatico, come può sembrare a prima vista, bensì un rito antichissimo dai significati mistici che l’UNESCO, nel 2009, ha inserito nella lista del Patrimonio dell’Umanità intangibile.

La cerimonia, che risale al periodo pre-ispanico, vuol essere una danza della fertilità che esprime rispetto e armonia verso il mondo naturale e spirituale. Essa riproduce simbolicamente l’unione cosmica delle forze del cielo e della terra e i voladores (uomini volanti), invocano i quattro punti cardinali per attirare la pioggia e il sole: un invito alla prosperità della terra e della popolazione.
Questo rito viene eseguito da cinque uomini mascherati da uccelli, vestiti di bianco e di rosso, con un copricapo a punta ornato da frange d’oro e specchietti; essi iniziano una danza al suono di un flauto di canna e di un tamburello, poi si arrampicano, uno per uno, in cima al palo (alto 20 o 30 metri), dov’è situata una piccola piattaforma girevole. A quel punto quattro di loro, rappresentanti i quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco), si legano in vita una corda preventivamente arrotolata intorno al palo, mentre il quinto membro (“el Caporal”), che raffigura il sole (fondamento dell’amore e dell’armonia necessaria per mantenere in equilibrio l’universo), resta seduto al centro della piattaforma rotante e continua a suonare. Ad un tratto i quattro voladores si lasciano cadere all’indietro, nel vuoto, allargando le braccia come ali di uccelli che si librano nell’aria. Lentamente e silenziosamente fluttuano verso terra. Mentre la corda si srotola, i quattro circoscrivono una traiettoria sempre più grande fino ad atterrare.
La simbologia di questa cerimonia è riconducibile alla sorprendente conoscenza astronomica dei Maya: i voladores volteggiano per tredici volte a testa in giù intorno al palo prima di atterrare e questo numero non è affatto casuale: 13 giri eseguiti da ognuno dei 4 danzatori corrispondono ad un totale di 52 rotazioni in cielo, esattamente le settimane dell’anno solare, inequivocabile riferimento al Calendario del popolo Maya e al Ciclo Secolare degli Aztechi.
Il rito, fortunatamente, si è conservato fino ad oggi, poiché non venne proibito dai missionari spagnoli, convinti del fatto che si trattasse di un semplice gioco acrobatico e non di una cerimonia religiosa che metteva addirittura in comunicazione l’infinito con gli elementi generatori della vita.
Dopo pranzo, si raggiunge in taxi il quartiere meridionale di Coyoacan che fino a qualche secolo fa era una comunità rurale appena fuori Città del Messico, poi la crescita della metropoli l’ha inghiottita. Comunque questo antico villaggio, che ha conservato la sua architettura coloniale, è stato scelto come luogo di residenza di artisti e scrittori che preferiscono la sua relativa tranquillità al caos della vicina metropoli. Tra i più famosi abitanti della zona in passato si annoverano Diego Rivera, Frida Kahlo e il rivoluzionario russo Leòn Trotskij. Le antiche residenze dei tre personaggi rappresentano un’attrazione per la zona, insieme a numerosi musei e gallerie.
Frida Kahlo, forse la pittrice più originale del Messico, nacque il 6 luglio 1907 a Coyoacán. Era figlia di Guillermo Kahlo Kaufmann un fotografo tedesco emigrato in Messico nel 1891 e Matilde Calderón y González, una benestante messicana di origini spagnole e amerinde.
Ho letto con attenzione la sua biografia: Frida ebbe una vita tormentata. Affetta da spina bifida, fin dall’adolescenza manifestò una personalità molto forte, unita a un singolare talento artistico; aveva uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale.

Un evento terribile segnò per sempre la sua vita all’età di 18 anni. Il 17 settembre 1925, dopo essere uscita di scuola, rimase vittima di un incidente mentre si trovava sull’autobus che la portava a casa. L’automezzo finì schiacciato, da un tram, contro un muro. Le conseguenze dell’incidente, per Frida, furono gravissime: sopravvisse per miracolo ma dovette subire 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad un riposo forzato nel letto di casa, col busto gessato. Questa situazione la spinse a leggere e a dipingere. I genitori decisero di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Incominciò così la serie di autoritratti. “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio“.

Le numerose e gravi ferite le impedirono in seguito di avere figli.
Il dolore che patì per tutta la vita si ritrova in molte delle sue opere in stile volutamente naif e ricco di simboli, spesso inquietanti, soprattutto gli autoritratti come “Le due Frida” (1939), uno dei più celebri, conservato nel Museo di Arte Moderna di Città del Messico.

Nel 1929 sposò il muralista Diego Rivera, noto dongiovanni, ma anche lei ebbe relazioni con donne e uomini, tra cui Leòn Trotskij. La Kahlo e Rivera divorziarono nel 1939; si risposarono l’anno dopo ma vissero separati.
Il Museo Frida Kahlo, anche detto Museo della Casa Azul (Casa Blu), è situato nel centro di Coyoacán e venne aperto al pubblico il 30 luglio 1958. Nella “Casa Azul”, dove nacque, Frida si trasferì con Rivera nel 1940, alla morte dei genitori. Nella grande casa, Frida e Diego organizzarono i loro studi e accumularono reperti precolombiani del Messico.

In questa casa Frida dipinse alcune delle sue opere più famose, molte ispirate al dolore vissuto a causa dei suoi problemi alla schiena, per l’angoscia psicologica causata dalla sua infertilità e dalle attenzioni che il marito rivolgeva ad altre donne. Sottostimata dal punto di vista artistico mentre era in vita, questa donna indipendente è poi divenuta una sorta di eroina femminista. Nello studio di Frida sono esposti la sua sedia a rotelle e alcuni dei busti che lei doveva indossare a causa delle sue precarie condizioni fisiche.

Rimasto vedovo Rivera, che dedicò gli ultimi anni della sua vita a far conoscere il lavoro di sua moglie, donò la “Casa Azul” al popolo messicano.
Passeggiamo con piacere per le tranquille e caratteristiche stradine di Coyoacan fino al tramonto, tra venditori, suonatori ambulanti e lustrascarpe.

Giunti nei pressi di Plaza de la Conchita, ci intrufoliamo in un simpatico ristorantino per assaporare le prelibatezze del posto. Ordiniamo una portata di piatti di enchiladas: ovvero tortillas (sottili dischi di farina di mais cotti su piastra rovente) arrotolate, ricoperte di salsa e riempite di formaggio, pollo e cipolla; a seguire una portata di tamales: specie di gnocchi di granturco con carne, cotti al vapore e avvolti in foglie di banana; il tutto accompagnato dal solito assortimento di salsine.
A metà pasto, dopo aver incautamente ingurgitato un generoso cucchiaino di una non ben identificata salsa color verde scuro che mi incuriosiva, un “torrente de fuego” sembra essere penetrato nella mia gola. Tracannato in un fiato, l’intero contenuto di una bottiglia da un litro di acqua gelida – provvidenzialmente presente sul tavolo – riesco a stento ad estinguere le fiamme che si sprigionavano dal mio esofago. Lo chef ha probabilmente esagerato con il peperoncino, abbondantemente utilizzato nella cucina locale. Solo dopo qualche minuto smetto di lacrimare e il mio viso, diventato paonazzo, riacquista il suo colorito naturale.
Per dessert mi concedo, a mò di consolazione, un piattino di “cocoda”: dolcetti a base di cocco grattugiato e mandorle tritate. Decisamente deliziosi.
Nella maggior parte dei ristoranti messicani l’igiene è buona ma è opportuno, comunque, adottare delle precauzioni: evitare insalata e verdura cruda, pesce crudo e frutti di mare. La frutta va lavata per bene e sbucciata. E’ consigliabile bere solo acqua imbottigliata anche per lavarsi i denti e, soprattutto, evitare il ghiaccio. Ignorare, inoltre, creme, gelati e latte non pastorizzato: la vendetta di Montezuma è, purtroppo, costantemente in agguato e, se colpisce, non perdona.
Oggi è stato il nostro ultimo giorno a Città del Messico. Nonostante i luoghi comuni, non del tutto esaltanti su di essa, l’impressione che ne abbiamo ricavato è stata decisamente positiva. Tantissime le cose interessanti da vedere in questa metropoli e le 48 ore a nostra disposizione per visitarla sono state (ahinoi!) veramente insufficienti.
Domattina alzataccia all’alba per imbarcarci su un volo diretto verso la successiva tappa del nostro viaggio: il Guatemala, con i suoi vulcani e le fitte foreste pluviali che avvolgono i misteriosi templi maya, antiche testimonianze di una civiltà splendida ma decisamente enigmatica.
FINE DELLA PRIMA PARTE (Continua…)




