Nel corso del recente incontro sulla devozione alla “Madòenne di saite”, il prof. Borracesi ha parlato di un manufatto medievale demolito negli anni ’70, che richiamava l’edicola del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Potrebbe essere l’anello di congiunzione con il misterioso Agosmundus? Ecco l’articolo dello storico prof. Vito Didonna.
di Vito Didonna
Nella calda serata di giovedì 26 settembre, alla Casa delle Culture (Palazzo San Domenico) di Mola, Sabino Rutigliano, presidente della Pro Loco, alle 19.30 in punto dava il benvenuto al numeroso pubblico accorso per ascoltare gli interventi di Giovanni Boraccesi, Valeria Nardulli e Martino Vitulli sulla devozione della “Madòenne di saite” a Mola e sul restauro del dipinto della Madonna del Rosario di Fabrizio Santafede, presente nella Chiesa di San Domenico.

Non farò in questa sede il resoconto della serata, peraltro il video è stato pubblicato interamente su Scaffaleweb ed è anche disponibile sulla piattaforma Youtube, ma cercherò di sintetizzare i momenti più salienti degli interventi dei relatori seguendo un percorso tematico non lineare con l’ordine cronologico degli stessi.
Inizierò con la relazione di Martino Vitulli letta dalla dott.ssa Violante: la melagrana, frutto presente nella campagna molese che matura in questo periodo, è la chiave di lettura per interpretare la statua della Madonna del Rosario.

Infatti la melagrana è presente nella corona processionale della Madonna con 20 fiori del frutto che richiamano i 20 misteri e con 12 melagrane aperte riferite ai 12 Apostoli. Perché questo riferimento simbolico? E’ lo stesso Martino Vitulli a chiarire il motivo: la melagrana nella cultura cristiana è simbolo di vitalità e fecondità e nella Bibbia lo stesso frutto è sinonimo di amore e di rigenerazione.
Non meno interessante si presenta la narrazione della prof.ssa Valeria Nardulli che, tra l’altro, enfatizza la presenza, sulla corona che adorna il capo della Madonna, di un uccello: il pellicano, simbolo del sacrificio eucaristico che ricorre rappresentato anche sui tabernacoli.
Dopo questi interventi sull’iconografia simbolica della statua devozionale, l’attenzione dei presenti è stata calamitata dalla relazione di Giovanni Boraccesi, restauratore e studioso di storia dell’arte.

Nella prima parte ha descritto le tecniche di restauro della tela di Fabrizio Santafede venerata nella chiesa di San Domenico, ma successivamente il suo dire si è fatto più vibrante quando, commentando le diapositive proiettate sullo schermo, ha aperto una ferita dolente nel panorama della storia della religiosità di Mola.
Infatti sullo schermo passavano immagini riferite a un manufatto medievale esistente fino al 1970 circa sulle colline di San Materno. Il manufatto era una ricostruzione dell’edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme, rifatto in pietra nella campagna molese sicuramente da un pellegrino o da un cavaliere crociato di ritorno dalla Terrasanta.

Il tempietto, fotografato fortunosamente dal dott. Sebastiano Tagarelli, negli anni ’70 del secolo scorso venne demolito e in parte adibito dai contadini a conca per sciogliere il verderame. E’ così scomparsa una traccia significativa della storia medievale di Mola sulle colline di San Materno, che qualche anno fa hanno visto anche la distruzione della chiesetta seicentesca dedicata proprio al santo.
Considerazione finale: la chiesetta medievale del Santo Sepolcro presente a San Materno poteva avere un collegamento con un altro reperto della storia medievale molese, la lapide di Agosmundus nella cripta della Matrice?

Per questo allora la festività della Madonna del Melograno alias Madonna del Rosario, chiamata a proteggere la flotta cristiana contro i Turchi nella battaglia di di Lepanto del 7 ottobre 1571, è la chiave di volta che, con il tempietto del Santo Sepolcro e Agosmundus, oggi può riaprire un capitolo sulla storia medievale di Mola, un capitolo ancora pieno di fascino e di misteri.
Ecco le foto scattate dal dott. Sebastiano Tagarelli, nel 1969, prima che il tempietto venisse demolito e come appare oggi l’antica area:















[…] UNA CHIESETTA MEDIEVALE A SAN MATERNO. OPERA DI UN CROCIATO? […]