Il fondamentale testo dell’antropologo e pedagogista Francesco Fallacara: “Viaggio nel sistema educativo del Senegal. Alla scoperta delle Daaras”, 2016, edizioni dal Sud. Una lettura di qualità per apprendere differenti visioni culturali da un’esperienza vissuta sul campo. Ecco l’intervista del nostro direttore responsabile Marino Pagano.
Viaggio, sociologia, conoscenza dei territori e delle culture, approfondimento delle realtà antropologiche.
Risiedono essenzialmente in questo, insieme a chiaramente molto altro, le suggestioni che ci vengono in mente grazie alla lettura di un libro che, non a caso, ha potuto godere di una certa fortuna negli ultimi tempi. Un libro foriero di molte riflessioni.
“Viaggio nel sistema educativo del Senegal. Alla scoperta delle Daaras”, 2016, edizioni dal Sud, è il titolo, dunque, di una pubblicazione che non perde la sua attualità e il suo interesse, opera tornata utile anche ai tempi di quarantena, quando magari si ha più tempo per poter pensare alle letture di qualità.
Autore del testo è l’antropologo bitontino Francesco Fallacara. Lo abbiamo incontrato per approfondire con lui alcune questioni al centro dei suoi studi. La prima domanda è la più intuibile e classica.

Perché questo libro, perché il Senegal?
Fallacara è un fiume in piena, padre di parole figlie del suo entusiasmo di studioso e conoscitore.
“Nel mio personale percorso scientifico sono sempre stato convinto di una massima che è alla base del nostro lavoro e cioè che senza scrittura etnografica nessun sapere antropologico sarebbe possibile. Da qui la mia passione per la scrittura, per la resa editoriale di quanto cerco e studio. Questo mi porta a descrivere un’esperienza vissuta sul campo grazie all’incontro con l’altro, anzi, con i molti ‘altri’ che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso, i quali rendono il mio senso di viaggiare unico e ricco di esperienza”.
Ecco l’importanza del viaggio…
“Certo, chi non viaggia non ha la possibilità di conoscere la diversità che lo circonda e spesso lo accomuna, inevitabilmente”.

Da qui insomma l’attenzione sul Senegal?
“La scrittura di questo diario di bordo – ci dice Fallacara – mi è subito parso come il mezzo principale che, in quanto antropologo, permette di comunicare i diversi risultati della mia esperienza, altrimenti non sarebbe mai stata resa pubblica e fruibile. Il mio incontro con l’Africa è stato, per un certo verso, tutto sommato, imprevisto. Non mi era chiaro il potenziale vitale di questo grande continente. La forza dei colori della gente, la luce dei loro sorrisi, la bellezza dei loro corpi armonici e possenti, l’intensità degli sguardi, la gioiosa capacità comunicativa, il senso del tempo a disposizione, la creatività, la felicità dei ragazzini in spiaggia o in strada che, instancabilmente, ti chiedono informazioni del tuo Paese, della tua lingua, della tua squadra del cuore, delle tue canzoni, per cantarti le proprie; il tutto va ben oltre i pochi spiccioli di mancia da offrire”.
Un racconto, insomma, innanzitutto umano. Un resoconto non meramente sociologico-statistico ma figlio anche di una certa empatia. Qualcosa in più sul Senegal, Francesco? Che paese è il Senegal?
“L’area geografica che tratto in questo lavoro è limitata alla città di Dakar ed alle zone circoscritte, arrondissement della capitale dell’estremo occidente del continente africano -ci risponde l’autore-. Non ho potuto soggiornare per un lungo periodo in questa terra per varie motivazioni, ma sono riuscito ad acquisire una profonda conoscenza dei modi di fare culturali della popolazione senegalese, grazie ai miei precedenti viaggi in loco e alla lunga conoscenza e frequentazione della gente del posto, compiendo il mio lavoro completamente da solo, vivendo, per la maggior parte del tempo, in due zone specifiche, Hann Maristes 2 e Zac Mbao, spostandomi di volta in volta in base alle necessità, tra zone centrali e zone periferiche e nei villaggi più tradizionali”.
E dunque?
“Inevitabilmente mi sono ritrovato dinanzi agli occhi la vita quotidiana della gente del posto, le Daaras, scuole e centri di formazione coraniche, oggetto specifico di studio prefissatomi; gli usi e costumi autoctoni e tipici della società, come la religione e la cultura, la musica, il cibo, la lingua, i dialetti, i profumi, gli odori, i colori, i luoghi, ecc., che erano a mia più completa disposizione. Un materiale vivo e concreto”.
Si tratta del corpus principale del volume, immaginiamo.
“Certamente. La mole di materiale etnografico accumulato mi ha maggiormente determinato nel renderlo fruibile in un resoconto antropologico di viaggio”.

Quale il tuo metodo di scrittura e ricerca?
“Grazie all’uso di una sorta di presente transculturale, credo di aver potuto documentare, giorno dopo giorno, monograficamente, l’esperienza da me vissuta in prima persona e finalmente condividerla nella sua totalità e specificità dei dettagli, con chi avrà lo stimolo, la voglia e la curiosità di leggere un resoconto di viaggio, in un contesto diverso e lontano dal proprio vivere quotidiano. Attraverso la scrittura credo di essere riuscito a compiere una etnoanalisi dell’esperienze africane; un ‘papier de bord’, una sorta di autoanalisi esperienziale scritta. Infine, se è vero che non vi è etnologia senza scrittura, ridurre l’etnologia alla scrittura non avrebbe alcun senso. La difficoltà e insieme la risorsa dell’etnologo consiste nel fatto che egli ha di fronte a sé una realtà che resiste e che è in fondo il suo unico oggetto di ricerca”.
Un viaggio autonomo, ci par di capire. In più, quindi, quale la lezione che a te stesso ha dato questa possibilità di conoscenza?
“Viaggio totalmente a mie spese, certo -tiene a chiarire Fallacara-. Senza nessun rimborso e compenso da parte di enti ed Istituzioni pubbliche o private, il viaggio è stato realizzato grazie ad una molteplicità di soggetti amici e conoscenti che mi hanno offerto, ciascuno in modo diverso, parte del loro sapere e tempo a disposizione. Infine. La sintesi che ho portato a casa dal mio viaggio africano la ritrovo nella potente forza vitale della gente senegalese e l’immagine scolpita nel viso e nel cuore dei bimbi festanti e coloratissimi che mi salutano e sorridono ai bordi di una strada”.
Tutto qui, allora. E non ci pare affatto poco per un lavoro di natura antropologica ed etnografica da un lato ma anche pedagogica ed educativa dall’altro.
“Certo -conferma il nostro interlocutore-. Il mio saggio affronta le tematiche relative al lavoro antropologico ed etnografico sul campo, mostra le complessità connaturate al lavoro di ricerca ed inquadra il contesto sociale generale del Senegal, evidenziandone la realtà educativo-formativa esistente, confrontandola con quella italiana. Diciamo pure che la commistione per quanto impegnativa, risultava a me semplice, essendo pedagogista ed antropologo insieme”.
E allora grazie, Francesco. Buona lettura, per chi vorrà.
Non dimenticando un particolare importante. Il testo del Fallacara, dal valore prettamente scientifico, può ancora benissimo essere inserito in corsi di istituti di scienze umane come monografia. Non a caso, è stato già adottato presso le Università di Bologna, Milano, Bari e Matera.
Complimenti a lui.





