martedì, 8 Settembre, 2026
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W. MORGESE E “MOLA CITTA’ ARTE”: “BENE LA MOSTRA CALVANI, MA ORA SERVONO INVESTIMENTI IN PROGETTI STRUTTURALI DI GRANDE QUALITA'”

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“La realizzazione presso il Castello Angioino-Aragonese di Mola della mostra retrospettiva sullo scultore Bruno Calvani ha riacceso le speranze sul “destino” culturale della città, finora molto compromesso. La mostra è indubbiamente un fatto positivo nuovo, ma le speranze restano incerte, fragili, bisognose di conferme che non si sa se verranno in concreto.” Per lo scrittore e intellettuale molese, la prospettiva di “Mola città d’arte” può concretizzarsi se le risorse pubbliche destinate alla cultura saranno destinate a grandi progetti di qualità che irrobustiscano l’identità cittadina.

La realizzazione presso il Castello Angioino-Aragonese di Mola della mostra retrospettiva sullo scultore Bruno Calvani ha riacceso le speranze sul “destino” culturale della città, finora molto compromesso per le ragioni che illustrerò più avanti. La mostra è indubbiamente un fatto positivo nuovo, ma le speranze restano incerte, fragili, bisognose di conferme che non si sa se verranno in concreto.

Intanto credo che circoli qualche approssimazione nell’affrontare la questione della cultura a Mola. Ci si balocca tuttora, ad esempio, sulla costruzione di “claim” comunicazionali ingenui, che non fanno altro che confondere le acque (come se non fossero già…confuse). Mi riferisco a “Mola città delle 7 arti”, un motto che si richiamerebbe a Ricciotto Canudo (un geniale artista che non mise neppure piede nella nostra città, mai da lui conosciuta, pur avendo alcuni parenti di origine molese) e che, come a Mola, potrebbe applicarsi ad una buona quantità di altri Comuni della Puglia o di altre Regioni per motivi facilmente intuibili. Inoltre riguardo Mola, dopo che la città ha ottenuto la griffe di “città d’arte” (come dire: cosa fatta capo ha…), sembrerebbe uno strano calembour sillabare “Mola città d’arte delle 7 arti”…

“Mola città d’arte” appare dunque un “claim” più che sufficiente, a mio avviso: il problema semmai è quello di far corrispondere la realtà allo storytelling.

Mi sono già occupato, in altre sedi, di una questione centrale (ricordo solo il mio “La cultura effimera – Nutrire la mente nel Sud dimenticato”, Edizioni dal Sud, 2019), da cui bisogna partire anche nel caso di Mola: e cioè il fatto che moltissime pubbliche amministrazioni hanno finito per identificare le proprie politiche culturali – attraverso una torsione assolutamente banale e rovinosa – con una incredibile esplosione di attività effimere, i cosiddetti “eventi”, che nel caso molese hanno drenato, anno dopo anno, risorse finanziarie pubbliche vieppiù cospicue, in una vera e propria “pantagruele” che ha bruciato risorse della collettività senza costruire nulla di duraturo, nulla di sistematico, né una massa critica in grado di fertilizzare la città nel corso del tempo.

A Mola questo fenomeno deleterio (spesso motivato da evidenti pratiche clientelari) ha assunto contorni sul serio abnormi. Quindi è di sicuro un fatto positivo che un po’ di risorse siano state utilizzate, questa volta e finalmente, per realizzare una mostra retrospettiva di difficile costruzione per svariati motivi, secondo parametri organizzativi e strutturali professionali, con un segno identitario indiscutibile, arricchita – come deve farsi in questi casi – di un catalogo a stampa ricco di apporti saggistici e memorialistici che costituisce di per sé un contributo ulteriore a consolidare la proposta culturale già insita nella mostra.

Ma questa iniziativa oltremodo positiva si incastona in un grumo di problemi ormai annosi, alcuni più volte evidenziati da più parti, che mi sforzerò di enucleare.

Partiamo da una constatazione. Mola presenta un rilevante panel di personalità culturali che, in vari campi e in vari periodi di tempo hanno avuto con la città un rapporto tangibile (non inventato) e che si sono distinte, creando una scia di massa critica culturale che ha fruttificato nel tempo, in modo intangibile e anche tangibile, arricchendo la nostra vita, le nostre menti, i nostri cuori, il nostro “milieu” ambientale. La cultura, come noto, è il risultato di una teoria di personalità creative e di entità patrimoniali, create da queste personalità ma che poi vivono anche una esistenza propria che dura nel tempo: architetture, monumenti, opere, manufatti e altri referti d’arte di tipologia la più varia, narrazioni, opere dell’ingegno, eccellenze gastronomiche, eccetera.

Alle personalità culturali espresse dalla nostra terra è toccata una sorte non identica, anzi a volte diversissima. Cimentarsi nei “biopic” di questi figli della nostra città è un’impresa esaltante, in alcuni casi assolta, in altri no. Anzi in vari casi è accaduto che essi siano entrati nelle nebbie dell’oblio, per sempre o temporaneamente. Ciò accade dappertutto, peraltro. Formulo questa domanda al lettore, tanto per esemplificare: gli dice qualcosa il nome di Italo Montemezzi? A moltissimi non dirà nulla, non diceva nulla neppure a me finché non ho letto la sua storia incredibile pubblicata qualche mese fa per il Saggiatore da David Chandler e Raffaele Mellace. Ebbene, Italo Montemezzi è stato un grande musicista e compositore di opere liriche osannato, rappresentato in patria e oltreoceano, poi caduto letteralmente e direi inspiegabilmente nell’oblio (è morto nel 1952).

I grandi figli di Mola in parte hanno subito questa sorte. La stessa Cecilia Mangini ad un certo punto della sua vita entrò in un cono d’ombra e fu merito del milieu triestino, poi della Teca del Mediterraneo (al tempo della mia direzione) e di pochi altri riportarla alla luce.

Le amministrazioni locali, quando devono decidere l’utilizzo delle poche risorse a disposizione per la cultura, hanno per così dire un dovere etico: quello di pensare in primo luogo ai propri figli che si sono distinti, senza la preoccupazione di apparire provinciali, perché la coltivazione dell’identità, se ben intesa, non è un disvalore, anzi è un importantissimo e preziosissimo valore. E questo dovere deve essere coltivato in modo che la valorizzazione trabocchi dal perimetro cittadino e perfino regionale e impatti in tutto il Paese. Chi conosce Paul Troube Tzkoy? Io ho appreso della sua esistenza solo perché la Galleria d’Arte Moderna di Milano ha organizzato una mostra delle sue opere scultoree e ha costruito una campagna comunicazionale che ha raggiunto i Media nazionali (è dalla carta stampata quotidiana che io, residente nel Sud, ho appreso di lui, mentre non so quanti milanesi sappiano del rilancio di Bruno Calvani a Mola, a parte la meritoria famiglia Pisapia!)

Domanda: per Bruno Calvani si è costruita o perlomeno si sta pensando di costruire questa campagna che trabocchi dal ristretto ambito di Mola? Sono stati attivati contatti concreti con altre città, ad esempio con la città di Milano (che Bruno scelse come suo luogo d’elezione dopo aver lasciato Parigi), per un suo “ritorno” in questa metropoli sotto forma di retrospettive o di altre iniziative, magari anche meno impegnative?

Cosa fa l’Amministrazione comunale di Mola per valorizzare i propri figli, che sono numerosi ad esempio nel campo della creatività letteraria? (C’è un elenco che io mi sono industriato di compilare nell’ambito dell’idea di progetto “Mola crea”, di cui ho dato ricca documentazione nel mio sito ufficiale www.casinamorgese.it).

Cosa fa per gli altri segni culturali della nostra identità? Il Teatro Comunale (le porte esterne stanno marcendo per incuria) dovrebbe essere la sede di eventi non atomistici, ma di qualcosa di strutturato; il benemerito festival vanwesterhoutiano dovrebbe essere sostenuto magari rendendolo biennale e rilanciandolo; il palazzo San Domenico con la piazza antistante dovrebbe essere rigenerato confermandolo come sede della Biblioteca Comunale, che si vuole invece trasferire in periferia con decisione oltremodo infelice.

A proposito della Biblioteca Comunale vorrei fare un cenno al grande Shiyali Ramamrita Ranganathan: chi è costui, sento già dire da chi mi sta leggendo…

Ecco, lui è stato il più grande teorico e pratico della scienza biblioteconomica, autore fra l’altro delle cosiddette 5 leggi della biblioteconomia, una delle quali recita così: “i libri sono fatti per essere usati” e un’altra recita: “risparmia tempo al lettore”. Non aver ottemperato a queste leggi elementari ma profonde ha causato l’errore della Biblioteca Sagarriga Visconti-Volpi di Bari trasferita nei grandi e moderni spazi, ma aimè poco frequentati, dell’ex Macello Comunale, in zona periferica; nonché l’errore del trasferimento nella periferica via Gentile della Teca del Mediterraneo, con il risultato di ridurre la frequenza quotidiana da oltre 100 utenti a una decina o poco più (e ora si profila l’altro errore di smembrarla: una parte nella sede della ex Caserma Rossani, fatto positivo, una parte lasciata nei meandri di via Gentile). In particolare, le biblioteche comunali dovrebbero essere tutte presidi di comunità, quindi per esse la partecipazioni fisica degli utenti è essenziale.

Per gestire tutto ciò ed altro sono sufficienti gli uffici comunali? Solo pensarlo è ingenuo oltre che velleitario. Bisognerebbe creare una infrastruttura strategico-operativa, una Fondazione ad esempio o un’Agenzia, in grado di presiedere all’azione culturale del Comune promuovendo ex novo, fra l’altro, un sistema biblio-museale-archivistico a scala cittadina (con annessa piccola galleria d’arte), che manca del tutto: e ciò mi sembra quasi surreale visto che Mola ha ottenuto la qualifica di “città d’arte”! Del resto attraverso il sistema biblio-museale Barletta ha costruito la fortuna di Giuseppe De Nittis, Conversano di Paolo Finoglio e Polignano quella di Pino Pascali.

Quindi, come il lettore può capire agevolmente da questi miei pochi cenni, le risorse della collettività molese (quelle che chiamiamo “pubbliche”) destinate alla cultura devono servire per grandi progetti di qualità che irrobustiscano l’identità cittadina, mentre per le altre iniziative effimere, per quanto valide (che a Mola sono numerose, anzi numerosissime) deve soccorrere lo sbigliettamento, l’autofinanziamento, il sostegno della munificenza privata. Bisogna insomma porre termine, una buona volta, alla dispersione in mille rivoli, quindi allo spreco, delle risorse pubbliche disponibili o acquisibili.

Quest’anno cade la XVII edizione del festival organistico, ribattezzato (non felicemente a mio avviso) “OrgaNova”: il festival valorizza l’organo settecentesco che è un vanto della nostra città; se riuscirà ad arricchirsi anche di musiche identitarie con una attenta ricerca storica ciò sarà un connubio perfetto per meritare, accresciuto, il sostegno pubblico.

Insomma, le personalità artistiche e i referti culturali figli della nostra terra sono numerosi. Ma sono trattati per nulla bene, non solo quelli da far uscire dal cono d’ombra (che sono più di uno) ma anche quelli su cui si è tentato di realizzare qualcosa: mi riferisco in quest’ultimo caso al cantautore Enzo Del Re, la cui valorizzazione non può ridursi ad annuali ed effimeri eventi musicali cittadini, o a semplici intitolazioni di siti, privi di reale efficacia per un rilancio a scala nazionale.

E taccio per carità di patria difronte al trattamento subito da Piero Delfino Pesce, dal momento che chi (un privato) si è adoprato per celebrarne di recente il 150esimo della nascita ha dovuto pagare perfino di tasca propria per sovvenire ad alcune necessità logistiche!

C’è un ultimo “punctum dolens” di grande rilievo per la caratura culturale della nostra città, e cioè il magnifico dispiegamento di antiche ville nella parte pedecollinare del territorio di Mola (miracolosamente sopravvissute): una testimonianza di architetture unica per l’intera area metropolitana barese. Dovrebbe essere un vanto anche solo per la sua quasi unicità e invece cosa fa l’amministrazione comunale? Non è riuscita, finora, neppure a predisporre una infrastrutturazione viaria decente, praticabile, oltre alla predisposizione di altri servizi di utilizzo collettivo. C’è un Ecomuseo che insiste su questo comprensorio, meritoriamente e con lungimiranza istituito dalla Regione nel 2015, ma l’ausilio comunale ad esso è semplicemente ridicolo, il che costituisce una vera e propria colpa da miopia (e vi sono anche altre problematiche di incombente deturpazione dell’assetto paesaggistico e ambientale della zona a causa delle cementificazioni, che non sono affatto contrastate).

Quindi per costruire una Mola sul serio “città d’arte” ciò che occorre fare è da far tremare le vene e i polsi: ma già se si troncassero con coraggio i vizi dell’oggi saremmo di fronte a un buon inizio.

CHI E’ WALDEMARO MORGESE

Waldemaro Morgese

– Tra i fondatori e più volte presidente dell’Associazione Le Antiche Ville

– Titolare per chiara fama e per lunghi anni di discipline economico-aziendali pubbliche nelle Università

– Creatore della Teca del Mediterraneo, biblioteca multimediale e centro di documentazione del Consiglio Regionale della Puglia

– Autore di numerose monografie, saggi e articoli su riviste.

– Project leader di iniziative culturali in Albania, Grecia, Montenegro, USA, Russia.

2 COMMENTI

  1. Come non essere d’accordo. Aggiungerei alla valorizzazione dei personaggi illustri – che già di per sé costituirebbe un salto di qualità nelle politiche culturali- la valorizzazione dei talenti contemporanei , nonché delle pratiche tradizionali mediante un museo del mare e magari della civiltà contadina, poiché Cultura è antropologicamente una visione della vita, del mondo e delle cose.
    Forse proprio dalle Antiche Ville potrebbe nascere una proposta in tal senso.

  2. Mi sembra una presa di posizione, quella di voler parlare di arte, a Mola, riferita ai nomi cercati nei duecento anni precedenti gli ultimi decenni e non guardare ai prossimi decenni.
    Mi sia consentito, in questa sede, chiarire che il senso della proposta che porto avanti, non ha nulla a che fare con gli artisti Molesi del passato, che poi, non mi sembra siano poi stati tanti.
    La proposta di “Mola, Città delle Sette Arti” vuole essere un “PROGETTO PER AVVICINARE ALLE ARTI LE NUOVE GENERAZIONI”.
    Questo, ripeto, PROGETTO vuole vedere gli ADULTI che poi, non mi sembra siano tanto impegnati nel PRATICARE le Arti, adoprarsi per indurre e favorire o aiutare i giovani, a crescere nella PRATICA delle arti.
    Andare a teatro, a cinema, ascoltare musica, vedere in televisione un film o altro, non significa “Fare arte” ma assistere ad attività artistiche fatta da ALTRI.
    MOLA CITTÀ DELLE SETTE ARTI significa, secondo la mia proposta, che i grandi, quelli che ritengono che andare ad occupare i posti al Teatro Van Westerhout, o a Palazzo Pesce o al Teatro Angioino, o al cinema, dove si esibiscono artisti stranieri o forestieri, ma non molesi, significhi essere considerati cultori d’Arte.
    Ma il mio concetto è ben diverso. Per me sono cultori d’Arte chi ,,”FA” arte.
    Quando parlo di “Città delle Sette Arti”, parlo di una località che si impegni, con tutte le sue forze, a far AVVICINARE, ALLA PRATICA DELLE ARTI, i giovani i giovani, i giovani che non devono limitarsi a vedere l’Arte fatta da altri.
    Si tratta di cominciare a parlarne nei salotti …colti, nella Proloco, in Consiglio Comunale, dove vi pare, ma l’Importante è che se ne parli responsabilmente e progettualmente delle iniziative da intraprendere.
    Quindi “Operatori, in prima persona” di arte e non fruitore di quanto fatto da altri.
    È molto comodo, andare a vedere un film, una mostra, uno spettacolo, una partita di calcio, una gara sportiva e giudicare e criticare (non so, poi, con quale titolo), quanto fatto da chi ci si è cimentato ed ha messo la faccia, le sue capacità, il suo tempo, il suo impegno nel realizzare quanto …gli altri, andranno a giudicare e criticare.
    Quindi, “CITTÀ DELLE SETTE ARTI”, significa “Luogo, o comunità in cui la gente mette la propria opera, la propria faccia, la propria firma, la propria fatica, il proprio tempo, il proprio ingegno, le proprie capacità, le proprie sensibilità e tanto altro, di proprio, per FARE ARTE, per poi esporsi alla critica di chi, ritenendosi competente, senza aver mai toccato un pennello, ritiene di poterlo giudicare.
    Esattamente come nello sport, nel calcio in cui tutti siamo pronti a giudicare e criticare i giocatori, lamentandoci, poi, se i migliori guadagnano tanto.
    Mi auguro di aver spiegato che estendendo
    quanto diceva Francesco Paolo Tosti, parlando di morte, cantava”altro è parlare di morte, altro è morire” ed io dico:
    “ALTRO E’ PARLAR DI ARTE, ALTRO E’ ESSERE ARTISTA.
    Con quanto su detto, mi auguro che non si confonda più il …burocratico titolo di “Mola, Città d’Arte”, con quello ben più impegnativo di “Mola, Città delle Sette Arti”, per il cui raggiungimento continuerò ad impegnarmi finché non troverò ascolto e, conseguente impegno.

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