In una lunga intervista a “Mola Libera”, Waldemaro Morgese, Presidente dell’Associazione “Antiche Ville”, lancia un grido d’allarme sulla paventata compromissione dell’habitat naturale esistente nella frazione San Materno-Brenca. In particolare, Morgese richiama il protocollo d’intesa tra Comune, Curia e Comunità Frontiera, temendo una cementificazione dell’ultima area boschiva rimasta nella zona di maggiore pregio dell’area pedecollinare. Ecco come l’intellettuale molese ha risposto alle domande del nostro giornale, toccando numerosi temi cruciali per la nostra comunità: dall’assenza di visione urbanistica; all’eccesso di “eventistica” scambiata per cultura, pur in assenza di autentici presìdi strutturali (musei, biblioteche, archivi); fino alle feste patronali trasformate in business dell’intrattenimento.

Conosco Waldemaro Morgese fin dai tempi della mia prima gioventù, quando l’impegno politico, sociale e culturale era la cifra dominante tra i giovani molesi e io, tra i più giovani dell’ondata post sessantottesca, che da ragazzino avevo già avuto le mie prime esperienze nella Genova turbolenta dei primi Anni ’70, tornato a Mola affinavo i primi rudimenti della politica e dell’agire comunitario. Waldemaro era, a quei tempi, tra i migliori intellettuali e organizzatori politici, e non solo di Mola: egli aveva molto da insegnare a noi che eravamo i fratelli minori di quella generazione. Era il tempo delle scelte coraggiose e quei tempi ci hanno temprato. Continueremo a batterci per la libertà, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente, l’amore per la verità.
Ecco l’intervista.
Mola Libera (M.L.). Il 19 luglio il consiglio comunale di Mola ha approvato due delibere che riguardano il Poggio delle Antiche Ville: si tratta del protocollo di intesa tra l’ETS “Frontiera”, il Comune di Mola e l’Arcidiocesi Bari-Bitonto; e di una variazione al documento unico di programmazione 2024-26 riguardo al piano delle alienazioni del patrimonio immobiliare del Comune. Con il protocollo si dà seguito all’attività progettuale della citata impresa sul tema del disagio giovanile. Con la variazione si consente la vendita di terreni di proprietà comunale allocati sulla parte più alta della contrada di San Materno, finora concessi solo in comodato alla società Frontiera. Che ne pensi?

Waldemaro Morgese (W.M.) In Italia, purtroppo, mano mano che si sono diffusi i territori urbanizzati, abbiamo dato sempre meno visibilità a quelli rurali, che sono invece di enorme importanza per uno sviluppo economico e sociale complessivo equilibrato: sono le aree strategiche per la bio e geo diversità, quindi per l’ecodiversità. Se devo dirla tutta, credo che il Consiglio Comunale con le decisioni del 19 luglio non abbia “bilanciato” i vari interessi in campo: c’è un interesse, legittimo, sul piano delle iniziative assistenziali, della Curia e della Società Frontiera, ma c’è anche un interesse generale della collettività alla tutela dei propri polmoni verdi, del proprio paesaggio, della propria storia. Il paesaggio, l’ambiente, i segni culturali storici non possono difendersi da soli: chi lo fa? Se si produce un “vulnus”, cioè una ferita per mancanza di bilanciamento, come mi sembra sia accaduto, esso ricadrà irrimediabilmente sulle future generazioni, così come è ricaduto sulle future generazioni del tempo il “vulnus” relativo alle decisioni dissennate assunte in passato per la costa molese a sud e nord, di cui dirò più oltre. Anzi, esprimo la mia meraviglia per questa scarsa considerazione della massima assise cittadina verso valori che in passato erano sempre negletti, ma che oggi dovrebbero essere tutelati senza incertezze.

(M.L.) Quindi secondo te la mancanza di “bilanciamento” è avvenuta proprio nel Consiglio Comunale?
(W.M.) Certo, nel 2013 ho pubblicato con l’editore Stilo un libro: “La sottile linea verde”, sottotitolo: “Eccessi, svolte e prospettive della questione ambientale”, con la prefazione del grande Giorgio Nebbia. In questo libro dimostro che la coscienza ambientalista si sviluppa in Italia a partire dagli inizi degli anni 70. Sono passati dunque più di 50 anni e pertanto Mola di Bari, la mia città, ne deve fare ancora di passi in avanti per acquisirla appieno!

(M.L.) Giorgio Nebbia è stato un combattente per l’ambiente di grandissima competenza e prestigio. Tu ti senti, a livello locale, un antesignano nella lotta per la tutela dell’ambiente?
(W.M.) Vorrei prima di tutto precisare un punto. Io non intendo parlare qui semplicemente come presidente dell’Associazione Le Antiche Ville, nata nel 1997, un incarico protempore, ma come persona, come “Waldemaro Morgese” voglio dire: un ormai quasi ottantenne che ha fatto tante cose nella sua vita e ha accumulato molta esperienza anche sulle vicende della nostra cittadina, Mola di Bari. Ho fatto “politica” fino al 1993, prima sul fronte bollente del Movimento Studentesco romano (ero studente alla Sapienza), poi come militante e dirigente del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino al suo scioglimento e sono stato anche consigliere comunale e segretario della sezione molese del PCI. Dopo aver lasciato la “politica” partitica mi sono molto impegnato nel no-profit, sia pubblico (direttore della Teca del Mediterraneo e responsabile della comunicazione istituzionale del Consiglio Regionale della Puglia) sia privato (co-fondatore dell’Associazione Le Antiche Ville, promotore dell’Ecomuseo del Poggio di Mola di Bari, presidente della sezione pugliese dell’Associazione Italiana Biblioteche), oltre ad aver insegnato in ambito universitario e scritto, e continuo a farlo, numerosi saggi e romanzi.

(M.L.) Quindi, da esperto della vita politica, sociale e culturale molese, oltre che regionale, che idea ti sei fatto sullo stato di compromissione dell’habitat naturale del nostro territorio?
(W.M.) Direi che la città di Mola è una comunità sfortunata. Ho maturato questa convinzione, come hai detto, sulla base di decenni di esperienza. Partiamo proprio dal mare. I “molesi”, dal 1950 ad oggi, hanno distrutto le potenzialità che avevano in relazione alla risorsa mare. All’inizio di tutto c’è stato il “sacco” chiamato Cozze. Gran parte dei terreni su cui è sorto l’agglomerato-mostro Cozze erano di proprietà della famiglia Delfino Pesce, cioè il mio ramo materno. Attraverso una compravendita che interessò alcuni imprenditori edili, penso con la regia occulta della Dc (allora queste cose non potevano avvenire senza l’assenso e…altro del partito dominante) nacque Cozze come è oggi: non certo un modello di frazione marina! Dopo aver distrutto il lato sud, nei primi anni 70 noi “molesi” abbiamo distrutto anche il lato nord, cioè il tratto da Portecchia verso Torre a Mare. Questo tratto fu in buona parte selvaggiamente privatizzato con lottizzazioni abusive di ville e villette, poi sanate. Nel 1973 ero segretario della locale sezione del PCI e presentammo un esposto particolareggiato al Pretore dell’epoca, ma – come allora si…usava – fu tutto “archiviato”, diciamo così per non dire altro! E quindi tutta la costa è stata distrutta e sottratta ad un possibile uso collettivo. In compenso si è aperta la strada ai “balneari”, che legittimamente hanno realizzato un certo numero di stabilimenti privati naturalmente alquanto costosi per chi ne vuole usufruire. Non c’è stata mai e finora non c’è una iniziativa pubblica di utilizzo costiero a fini di balneazione, anche per calmierare i prezzi. Un vero peccato. Peraltro, il mio rapporto con i “balneari” è stato sempre alquanto…difficile. Ricordo che nel 1975, quando fui eletto consigliere comunale, il gestore del Lido Calarena distribuì in omaggio la tessera dell’abbonamento al Lido a tutti i consiglieri comunali, ma io non la utilizzai neppure una volta, volutamente! Mi sembrava questo benefit una sorta di “captatio benevolentiae” non certo disinteressata: eravamo così, allora, dotati di un forte rigore!

(M.L.) Mola è mare, ma è anche campagna, un territorio fertile e non solo per l’agricoltura, ma anche paesaggistico e culturale…
(W.M.) Distrutto sul piano geo-territoriale e paesaggistico il versante mare del territorio molese, passiamo infatti a parlare del versante “pedecollinare”, cioè al primo gradone murgiano che caratterizza il nostro territorio, circa 120-150 metri sul livello del mare, facendone un territorio in cui potrebbero svilupparsi virtuose, feconde e impensabili integrazioni costa-collina: mi riferisco appunto al Poggio delle Antiche Ville. La sorte di questa area rurale oggi è seriamente minacciata, questo è il mio grido d’allarme. C’è una foto, che custodisco in digitale, risale al 9 giugno 1960. Ritrae un gruppo nutrito di persone fra cui il parroco don Bruno, il cardinale Ursi (allora vescovo), mia madre Franca Delfino Pesce, altri miei parenti. Ci sono pure io che allora avevo 15 anni. È la foto della posa della prima pietra della casa di riposo a San Materno, voluta da don Bruno. Quella vicenda, con la chiesetta, è degna di considerazione, un intervento non invasivo, che non toglieva nulla a quella parte così alta del Poggio, ricca di vegetazione e molto arborata. Poi sono venuti gli “stranieri”, si fa per dire, senza alcuna memoria o consapevolezza del “genius loci” ed è cominciata la cementificazione. Cementificazione a fin di bene visto che si dava una sede ai giovani disadattati? Non credo che compromettere l’ambiente e il paesaggio sia il prezzo da pagare: la progettazione faraonica, prevista dal protocollo d’intesa, si può sviluppare altrove, ciò che è stato fatto finora è più che sufficiente come pressione sul territorio. Inoltre: perché dare ospitalità anche alle Fiamme Oro della Polizia di Stato? Le fiamme oro della Polizia di Stato, lì dove hanno le loro strutture in altre aree della Puglia, si sono sempre orientate verso zone periferiche cittadine, in modo da valorizzarle fornendo una occasione di riqualificazione di queste aree stesse, e per avere anche una viabilità non pericolosa, in quanto quella sul Poggio è molto pericolosa; non mi risulta che le sezioni delle fiamme oro si siano mai orientate su aree dal fragilissimo equilibrio come il Poggio, aree oggi ancora boscate che sono l’unico polmone verde e paesaggisticamente pregiato, ricco di storia, l’unico che resta al territorio molese: dopodiché, completata la cementificazione prevista dal protocollo d’intesa, anche questa area, come la costa, verrà distrutta e il territorio di Mola si sarà impoverito sul versante mare come sul versante monte consegnando alle future generazioni un pessimo regalo!

(M.L.) Sembra che tu abbia una visione molto radicale e pessimistica della questione. Gli ambientalisti troppo radicali sono spesso criticati dall’opinione pubblica. Non convieni?
(W.M.) Non radicale né pessimistica, consentimi, ma molto realistica. Mi guida l’esperienza di ciò che è finora accaduto e la memoria delle occasioni perse irrimediabilmente, perché l’assistenza, cosa ovviamente meritoria, si può fare altrove, mentre se distruggiamo il territorio, se lo cementifichiamo, è per sempre, non si può più tornare indietro. C’è dunque qualcosa che non funziona in tutto ciò.

(M.L.) Cosa esattamente, almeno per te?
(W.M.) Non funziona la programmazione del territorio. Infatti, il Consiglio Comunale ha approvato rapidamente, azzardo a dire forse senza approfondita discussione, tutte le pesanti progettazioni incluse nel protocollo di intesa, secondo le proposte fatte dalla Società a responsabilità limitata Frontiera. Se il protocollo verrà realizzato, suppongo che sul Poggio si verrà a formare una catena “immobiliare”, che necessariamente dovrà praticare prima o poi (se già non sono praticate) attività profit: almeno questa è la mia ipotesi, potrei ovviamente sbagliarmi, sarà il tempo a darmi o meno ragione. Io spero che vi sia un momento di resipiscenza e si interrompa il processo attuativo per rifletterci sopra. Ad esempio ci è stato chiesto di formulare osservazioni sull’applicazione nel nostro territorio del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale. Ebbene, queste osservazioni molti le hanno formulate ma l’esame in Consiglio Comunale quando avverrà? Io, come semplice cittadino, non dico neppure come rappresentante di una Associazione, non ne so nulla! Ne inseriamo la discussione nel processo di costruzione del PUG, che sarebbe anche un fatto positivo? Ma quando lo facciamo questo PUG, con le prescrizioni paesaggistiche cogenti, quando tutto sarà stato già compromesso con decisioni consiliari rapsodiche? Come Associazione Le Antiche Ville abbiamo proposto che l’area del Poggio sia salvata, cioè tutelata e divenga un polmone verde attrattivo per le sue caratteristiche uniche, cioè un parco ecomuseale multifunzionale, integrato con l’economia agricola sostenibile, al servizio dell’intera collettività: ne possiamo discutere prima di compromettere tutto?
(M.L.) Certo che bisogna discutere a livello collettivo: purtroppo di urbanistica e di programmazione del territorio se ne parla solo in ristretti circoli tecnico-politici. Cosa proponi nello specifico per l’area del Poggio?
(W.M.) Apprendo che a livello metropolitano si vuole proporre Costa Ripagnola come Patrimonio Unesco dell’Umanità. Ma faccio una domanda a tutti noi molesi: pensiamo forse che il Poggio delle Antiche Ville, nella sua irreplicabile organicità, non sia degno di essere Patrimonio Unesco dell’Umanità? Con la sua incredibile e originale concentrazione di antiche ville, segni di storia e di “genius loci”? Con tutto ciò che di eco, geo e biosensibile tuttora sopravvive? È proprio vero che l’erba del vicino è sempre la più verde e che “nemo propheta in patria”! Ci hanno pensato i nostri amministratori a tutto ciò? Lewis Mumford scrisse di “utopia della fuga” e di “utopia della ricostruzione”: le pubbliche amministrazioni dovrebbero praticare anche l’utopia della ricostruzione; e comunque invito tutti noi a rileggere Mumford.

(M.L.) Come vedi la questione del fotovoltaico? Credo che impatti sulle questioni fin qui sollevate.
(W.M.) Questa questione è un’altra minaccia, anzi una tragedia che potrebbe abbattersi sui territori rurali. Vi sono avvisaglie anche sul territorio del Poggio: come leggo sul Bollettino ufficiale della Regione Puglia, c’è una richiesta di sistemare pannelli fotovoltaici su una superficie limitata di san Materno, 500 mq circa, ma così si inizia! Cosa vogliamo? Una Puglia senza più ulivi e intasata nelle aree rurali di pannelli? Se lo sono chiesto in questi giorni lo scrittore Roberto Cotroneo e Nicolò Carnimeo: addio ulivi e addio al nostro paesaggio? Cotroneo denuncia che in molte zone del Sud sono state concesse cementificazioni a gogò; ciò che si vorrebbe fare nel Poggio rientra proprio in questo fenomeno. Il quotidiano della Confindustria, dico Confindustria, nei giorni scorsi ha titolato un articolo così: “Green deal, mafie a caccia di terreni agricoli”. Il problema è che non dobbiamo trasformare i nostri terreni agricoli in una distesa di pannelli fotovoltaici senza più alberi e il nostro mare costiero in un panorama di pale eoliche!

(M.L.) Ma dobbiamo o no fare la transizione green dell’energia?
(W.M.) Certo, ma non credo infestando i terreni agricoli di pannellature e i mari di pale. In particolare l’agricoltura dobbiamo difenderla ad ogni costo. Federico Vecchioni, AD di Bonifiche Ferraresi, la più grande azienda italiana che coltiva terreni, sostiene a ragione che l’agricoltura è strategica, non è solo cibo, è molto di più, è conservazione delle risorse naturali, è occupazione, è tecnologia, è salubrità degli alimenti e quindi è benessere dell’essere umano.

(M.L.) Come ti sembra l’azione delle organizzazioni ambientaliste e di tutela paesaggistica di Mola su questi temi?
(W.M.) Credo che stiano svolgendo un generoso e impegnato contrasto su alcuni temi emergenziali, come la discarica Martucci ed anche il paventato svincolo della SS 16 e qualcosa di altro. Ma la questione del Poggio, essendo l’ultima area verde di pregio che ha il territorio di Mola, meriterebbe molto più impegno. Soprattutto necessiterebbe battersi per una visione programmatoria dello sviluppo totale del nostro territorio, che non c’è, anche una sensibilità maggiore per gli strumenti della programmazione offerti dalla normativa attuale al fine di tutelare le aree rurali. Non per indulgere nell’amarcord, ma per portare un esempio positivo del passato. Nel 1975 ci trovammo in una situazione molto simile a quella di oggi, a Mola: c’era un vecchio programma di fabbricazione ormai inadeguato e il nuovo PRG non si riusciva ad approvarlo per le lotte contrapposte all’interno del partito dominante, la DC. Ci ponemmo l’obiettivo di farlo approvare per dare un ordine programmatorio al territorio, almeno sul piano urbanistico e per ottenere questo obiettivo, realizzatosi poi all’inizio del 1980, favorimmo la costituzione di una lega edile aderente alla CGIL che orientò le maestranze per lo sblocco dell’attività edilizia, anche con grandi cortei di protesta. Noi, giovani che venivamo dal ’68, facevamo tesoro anche delle prime esperienze di programmazione del territorio nelle cosiddette regioni “rosse”, in primo luogo l’Emilia-Romagna. Oggi Mola è priva di programmazione e perfino uno strumento modesto come il PUG non si è tuttora approvato e le stesse previsioni del PPTR sono nel limbo.

(M.L.) Passiamo ad un altro argomento, diverso ma non indipendente da tutto quello che abbiamo detto finora, trattando di cultura del territorio, che non è solo tutela ambientale: gli eventi estivi. Tu che ne pensi?
(W.M.) Bah, Mola non è diversa da tante altre cittadine e paesi, specie del Sud: c’è una “pantagruele” o “babilonia” di eventi estivi, tutti effimeri, che comporta un cospicuo e disordinato impiego di danaro pubblico (che poi è il danaro che i cittadini danno allo Stato attraverso il prelievo delle tasse). Si tratta di eventistica buona per consentire alle persone di passare serate piacevoli, di distrarsi. Insomma la normale elargizione di “circenses”.
(M.L.) Ma arricchiscono le persone? La collettività ne trae un beneficio?
(W.M.) Se intendi chiedermi il tasso di arricchimento culturale di questa eventistica ti rispondo subito: il tasso è uguale a zero. Il mio non è dispregiare, non mi permetto, ma è una questione oggettiva. Nel 2019 ho raccolto presso le Edizioni dal Sud un certo numero di miei editoriali sotto il titolo “La cultura effimera. Nutrire la mente nel Sud dimenticato”. In Università ho insegnato anche economia delle aziende culturali e su questa problematica ho le idee chiare (il che non significa che siano condivise!). Intrattenere piacevolmente non significa nutrire la mente, sono due cose ben diverse, e senza nutrire la mente non c’è accumulo culturale. Così come sono cose diverse promuovere cultura e promuovere attività di accoglienza turistica, o di “entertainment”, per quanto “in forma di” evento culturale. L’inconveniente sta nel fatto che si spendono soldi riservati alla cultura in attività che non hanno nulla a che fare con la cultura, questo il punto. Nutrire la mente è un processo insieme individuale e collettivo: agisce cioè sui singoli ma anche sulla collettività nel suo insieme, valorizzando linee di interesse magari attente alla identità del luogo o a problematiche di grande interesse comune, senza sottoporre i temi trattati a forme di banalizzazione che ne stravolgono i significati, con la motivazione discutibile che per intrattenere piacevolmente non si può sottoporre la gente alla fatica del conoscere e dell’approfondire.

(M.L.) Ma di intrattenimento piacevole c’è bisogno, non credi?
(W.M.) Certo, non lo nego affatto! Ma è intrattenimento, appunto, anche se in alcuni casi di qualità, non è cultura, basta esserne consapevoli, tutto qui. Se perfino la maggior parte dei festival letterari sono ormai mere “vipperie” che non sedimentano sul territorio alcuna forma di “capitale” culturale, figuriamoci tutto il resto! Se in una città, dico Mola di Bari come potrei dire varie altre, manca del tutto la filiera MAB (musei, archivi, biblioteche) nonché i presidi permanenti (ad esempio teatro stabile, fondazioni, etc.), “fare” cultura è impresa assolutamente impossibile, anche se “spariamo” dieci eventi al giorno, in quanto di questa eventistica, mangereccia o meno, di qualità o meno, finita l’estate (ricordi il refrain: l’estate sta finendo…?), non rimarrà nulla nella comunità, se non il ricordo sfogliando i social.

(M.L.) Ma c’è qualcosa da apprezzare? Non credo che tutto sia negativo!
(W.M.) Prima di risponderti consentimi di osservare che questa eventistica effimera trasbordante e insinuante è il risultato congiunto di tre fenomeni che ormai pesano molto e negativamente specie nel Sud. Primo, la deindustrializzazione e comunque la desertificazione produttiva, che spinge a riempire i vuoti con una economia turistica spesso fragile, precaria, al limite della legalità (in vari casi illegale addirittura), che reclama intrattenimento “a tutte l’ore”. Secondo, il crack del sistema dell’istruzione, che porta le giovani generazioni ma non solo esse a non capire cosa significa cultura e cosa significa invece intrattenimento (un recente report Istat certifica che l’istruzione non è più un ascensore sociale: quando i genitori hanno un basso livello di istruzione, poco più del 10 per centro dei figli raggiunge il titolo universitario, mentre se i genitori hanno il titolo universitario questa percentuale sale al 70 per cento!). Terzo, la difficoltà a trovare lavoro, che favorisce un impiego del danaro pubblico per il sostegno di intraprese di intrattenimento che proliferano e che sono l’unico modo, spesso, per molte persone, di sbarcare dignitosamente il lunario (con percorsi sovente…occultamente clientelari). L’effetto di questi tre fattori spiega l’esplosione dell’eventistica effimera, cui assistiamo in tanti luoghi del Sud e non solo, ad esempio anche nelle grandi città d’arte che vengono stravolte.

(M.L.) Non mi hai ancora risposto: cosa c’è di positivo, se c’è?
(W.M.) Se ti riferisci a Mola, la mia città, apprezzo tutto sommato due iniziative, per le loro potenzialità: il festival organistico, anche perché è saldamente legato all’organo settecentesco di Santa Maria del Passo, una preziosità della nostra comunità (però il festival dovrebbe completarsi con iniziative convergenti di approfondimento della musica organistica, cercando anche di recuperare filoni identitari); e il festival vanwesterhoutiano, che nei due anni svolti e in questo imminente presenta una formula quasi perfetta di cosa può essere un festival per la consapevolezza di una comunità, così come accade per i festival verdiani o rossiniani o donizettiani, per esempio (ma cosa accadrà dopo il terzo anno? Personalmente ho proposto di proseguirlo con cadenza biennale, costruendo però attorno qualcosa di stabile nel tempo). La pubblica amministrazione dovrebbe concentrare le proprie risorse per potenziare queste piccole eccellenze che sono suscettibili di creare “capitale” culturale e farle evolvere. Sul piano non musicale non mi pare che ci sia qualcosa di sul serio interessante, innovativo, di valore. Del resto, mancando una filiera MAB che operi a pieno regime, mancando organismi permanenti, non resta null’altro che l’intrattenimento effimero, volatile, pur se in alcuni casi di qualità. Intendiamoci: l’intrattenimento di qualità è sempre ben accetto, perché non siamo nell’Iran degli ayatollah e neppure nella Cambogia di Pol Pot, neanche nella Firenze di Savonarola! Ma pensare che l’intrattenimento di qualità, effimero, crei capitale culturale in una comunità non solo è sbagliato, mi sembra anche sciocco o comunque illusorio.
(M.L.) Neppure il ricordo annuale di Enzo Del Re ti convince?
(W.M.) Beh, qui tu mi costringi a rispondere in modo circostanziato ed anche forse dispiacendo gli organizzatori che comunque hanno il merito indiscusso di ricordare in qualche modo Enzo. Qui siamo ad un esempio chiaro di banalizzazione, certo non voluta, di cose importanti per fini di intrattenimento. Non so se sai, ma io nel 2009-2010, come direttore della Teca del Mediterraneo, ho promosso e finanziato con le risorse della Biblioteca Multimediale del Consiglio Regionale della Puglia il film “Io e la mia sedia”, affidandolo al regista Angelo Amoroso d’Aragona. Faceva parte di un programma di valorizzazione dell’identità culturale cui unii un film documentario su Cecilia Mangini (“Non c’era nessuna signora a quel tavolo”) e il restauro digitale (con magnifico apparato musicale di Nico Girasole) del film muto pugliese “Idillio infranto”, frutto di una joint che firmai con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Tutto ciò quando la Regione non aveva ancora sviluppato nulla sul piano dell’identità culturale (lo stesso Bif&st era agli albori). Amoroso D’Aragona ha lavorato a fianco di Enzo per un anno intero, filmandolo dal vivo, quindi in pratica nell’ultimo anno della sua vita attiva, essendo Enzo morto alla metà del 2011. Si tratta dunque del più importante film in assoluto su Enzo Del Re, quindi il Comune di Mola farebbe bene a provvedere alla sua riproduzione e diffusione nelle scuole e alla cittadinanza (cosa che può fare per via dei diritti free che furono concepiti al tempo). Io conobbi Del Re a Roma, in un teatro, nel 1969, durante le prove di uno spettacolo cui partecipavano anche Dario Fo e Franca Rame, mi regalò tutti i suoi LP con copertina bianca e gialla, lo invitai anche a cantare alle feste dell’Unità a Mola, nel 1973 e in un’altra occasione credo. Del Re fa parte di una linea musicale popolare che in Italia ha purtroppo perso di fronte al melò di Sanremo, potente concentrato di interessi business: parlo di una linea musicale eccezionale che parte dalle scoperte di Alan Lomax nel corso del suo viaggio famoso in Italia, durante il quale registrò oltre sessanta chilometri di nastro. A ciò Del Re ha aggiunto la vena protestataria e comunque un’altra visione, anarchica e radicale, del mondo. Il film “Io e la mia sedia” si vale di un cast eccezionale: Antonio Infantino, il vero inventore dell’uso della sedia (divenuto poi il guru dell’autentica Taranta, non quella di ora a beneficio dei turisti e del business musicale), Vinicio Capossela, Roberta Popovich, Paolo Ciarchi, Vittorio Franceschi, Claudio Lolli, Romolo Epifania, Gianni Cellamare. Capisci di cosa sto parlando? Su You-tube si può averne una idea con i 12 minuti di registrazione (curati da Gianfranco Moccia) della proiezione-anteprima che si svolse al Castello Angioino di Mola il 4 dicembre 2010, presente Enzo che prese la parola in uno dei suoi ultimissimi interventi. Ma in assenza della filiera MAB, di organismi pubblici permanenti, ogni rievocazione di Enzo Del Re si trasforma, senza e anzi contro la volontà dei promotori, in una evento effimero, semplice intrattenimento, che resta tale anche invitando grandi celebrità della musica leggera (guarda caso famose per via di Sanremo, almeno quest’anno!), intrattenimento che non fa emergere che cosa ha significato Del Re per la musica popolare e quale sia il suo messaggio alla società (d’altronde, persone che quando era in vita lo scansavano, oggi magari lo osannano).

(M.L.) E della nostra festa patronale che ne pensi?
(W.M.) Ho firmato più di un editoriale, sul magazine EPolis Bari, riguardo alla festa barese di san Nicola: osservando che tutto è diventato sgagliozze, panzerotti, acrobati e ballerine aeree, rullio di tamburi e luminarie. In qualche edizione ci sono state perfino le Frecce Tricolore, decine di migliaia di persone accalcate sul Lungomare di Bari con il naso all’insù! Mi dici che relazione c’è fra le Frecce e il culto di san Nicola? Oltretutto gli amministratori del Comune di Bari si sono assunti in questi casi una grave responsabilità, perché pochi minuti di esibizione delle Frecce costano un botto di soldi e non è giusto scialacquare così il danaro dei cittadini, in una Italia super-indebitata. In generale, coloro che stanno “secolarizzando” le feste patronali religiose trasformandole in eventificio in concorrenza e a imitazione del restante eventificio “laico”, nutrono una illusione, nella migliore delle ipotesi: pensano che così facendo si recuperi un po’ di religiosità che ormai latita. Ma sbagliano, perché così tutto viene banalizzato. I difensori di questo tipo di feste patronali sostengono inoltre che non bisogna offendere la tradizione religiosa delle persone, deridendo ciò che viene fatto magari da secoli; ma sbagliano anche qui perché, se mi è consentito, non si tratta più di religiosità ma di puro e semplice business dell’intrattenimento, ammantato di tradizione e sentire popolare. Ora, mi pare di capire che a Mola, come in varie altre città, la festa di san Nicola sta facendo scuola!






Complimenti Waldemaro per la tua analisi sulle diverse problematiche di Mola, in particolare quelle afferenti la zona collinare sita sul primo gradino Murgiano.
Su questo punto è successo inspiegabilmente che la Signora Delcane, assessore, che ha la delega sui rapporti e sullo sviluppo delle Antiche Ville, niente ha comunicato di quello che stava succedendo in Comune a Mola
Ovvero una serie di varianti al PRG e accordi con privati nella zona di Frontiera srl e zone adiacenti.
Nasce così il grande Centro Sportivo che stravolge l’ambiente della zona.
Conoscendo invece le pratiche di variazione del territorio le Antiche Ville avrebbero potuto fare delle OSSERVAZIONI contro queste varianti e cercare di minimizzare i cambiamenti ambientali.
Quanto agli eventi della estate molese segnalo all’amico Waldemaro che alcuni hanno come obiettivo proprio quello di diffondere CULTURA.
Come la due giorni organizzata da Domenico Deluso e Nicola Fanizza nel Chiostro di Santa Chiara “se lo sai dillo”, come Svicolando etc etc
Per una Mola migliore!!!
Premesso che condivido la gran parte delle considerazioni di Waldemaro, soprattutto quelle sull’eccesso di eventi effimeri che non fanno cultura, colgo la palla al balzo rappresentata dall’intervento di Alessandro Marabelli. A proposito di Enzo Del Re, quest’anno, come Waldemaro e Andrea sanno, nell’ambito della rassegna “Se sai dire dillo… come vuoi!”, gli abbiamo dedicato uno slot di un paio di ore, trattando di lui sotto lui profilo musicologico, come non si era mai fatto prima a Mola. Questo avveniva il giorno seguente dello spettacolo “Premio Enzo Del Re”.
E ricordiamoci tutti che se non si fa squadra, non si va da nessuna parte. Forte è questo il male peggiore di Mola.
Cordialità!