Lo scrittore e saggista Waldemaro Morgese plaude all’iniziativa di Piero Rotolo, direttore AGIMUS, per l’organizzazione di un festival biennale dedicato al nostro grande musicista Niccolò Van Westerhout. E’ la giusta direzione di marcia, sottolinea Morgese. E’ il possibile inizio di un percorso non effimero, ma produttivo di vera e solida cultura.

Nell’ottobre 2015 su “Città Nostra” pubblicai un accorato ricordo di Giuliana Calvani, figlia di Bruno, venuta meno poco più di un mese prima e scrissi: «La città di Mola è avara con i suoi figli illustri: si infervora sul trasloco delle ossa di Niccolò Van Westerhout ma non si è prodigata a dedicargli neppure una camera museale, per non accennare al fatto che si potrebbe realizzare un appuntamento musicale ricorrente dedicato al suo nome, ciò che non esiste. Finora su Enzo Del Re ha solo “aiutato” lo svolgersi di semplici kermesse musicali, mentre la sua figura e i documenti che lo riguardano non sono stati degnati di un pensiero (almeno finora). Ma la lista è anche più lunga: Onofrio Martinelli, Ottone Pesce, Piero Delfino Pesce, Francesco Laudadio, Cecilia Mangini, Argo Suglia e varie altre personalità di spicco. In compenso facciamo la sagra del polpo e il palio dei capatosta (del resto, chi si contenta gode)».
Questo scritto su Giuliana, insieme ad altri 14 ritratti, l’ho ripubblicato nel mio recente “Assenze presenti” (Edizioni dal Sud, 2022).
Il 7 gennaio 2021, sul sito di “Mola Libera” ho pubblicato uno scritto intitolato “Natale molese: albero ‘cinese’ e videomapping da bocciare, concerti da valorizzare”.
Rinvio al sito, ove l’articolo è disponibile integralmente, ma ne riporto qui alcuni brani, sempre attuali: «L’attività di preziosa ricerca delle radici, quindi dell’identità del nostro territorio sul piano musicale, dove e quando deve essere valorizzata? È proprio necessario che in ben tre concerti “molesi” a cavallo fra 2020 e 2021 si valorizzi il Gospel, Rota, Morricone, Piazzolla, Beethoven, Alan Silvestri e non si trovino 10 minuti per i nostri musicisti, da quelli più noti come Niccolò Van Westerhout a quelli quasi sconosciuti come Ottone Pesce e altri? La loro valorizzazione deve o no partire dal territorio? La domanda che avevo preannunciato per Agimus è appunto questa e significa una richiesta ad Agimus di intraprendere le difficili ma importanti strade della ricerca musicale e della valorizzazione delle nostre eccellenze poco note. Ha scritto qualcuno che ad essere troppo cosmopoliti si finisce per peccare di…provincialismo».
Concetti che continuo a considerare assolutamente validi in ogni caso e sempre: bisogna recarsi, faccio solo un esempio, a Bergamo per capire come i bergamaschi amino visceralmente il loro Gaetano Donizetti, cui hanno dedicato più di un museo, il teatro, un festival periodico, l’intitolazione del Conservatorio di Musica e in omaggio al quale hanno perfino acquisito e restaurato la vecchia, umile casa natale sotto il livello del calpestio stradale!
Quindi è un vero sollievo apprendere (da Pietro Rotolo, cui auguro ogni successo in questa intrapresa) che l’Agimus sia riuscita ad ottenere un ragguardevole finanziamento ministeriale per svolgere un festival biennale dedicato a Niccolò Van Westerhout, da svolgere nella sua casa naturale e cioè il teatro comunale Niccolò Van Westerhout.

Qualcuno potrebbe, di sicuro, eccepire che in questo modo il nostro teatro verrebbe “scippato” alle stagioni di prosa, che in ogni caso grazie ad una eccellente professionalità come la compagnia Diaghilev di Paolo Panaro si sono svolte per alcuni anni.
Io penso che bisognerebbe trovare un modus vivendi, ma – sia chiaro e a buon intenditor poche parole – a patto che la “sacralità” del Teatro Comunale sia salvaguardata e divenga sede, appunto, solo delle attività di seri professionisti come Agimus e Diaghilev, onde consentire alla nostra città di godere di prosa e di musica.

Bisogna capovolgere (non so se si riuscirà mai) una concezione vacanziera e frivola della cultura, che nel corso degli anni si è purtroppo imposta nel nostro Paese trasformandolo in una “Italietta”: penso ad esempio a rassegne divenute esiziali per la valorizzazione del libro come “Il libro possibile”, ove ormai il libro è solo un pretesto per il business turistico e per le passerelle dei politic(anti).

Non è con questo tipo di marketing territoriale che possiamo sviluppare cultura, nel senso che non debbono esservi equivoci. Se si vuole aiutare il turismo e le piccole imprese alberghiere e gastronomiche, bene, si facciano non uno ma 100 “Il libro possibile”, purché sia chiaro che la cultura non c’entra un bel nulla e che le risorse finanziarie per la cultura devono essere impiegate in altre maniere.
Ovviamente a Mola le cose non vanno affatto bene per la cultura: questo festival biennale “Casa Van Westerhout” potrebbe cominciare a risollevarne le sorti nel senso di cominciare a invertire la direzione di marcia e meglio ancora sarebbe se anche altre serie intraprese musicali come il Festival annuale organistico accogliesse questa sollecitazione a valorizzare le nostre radici e le nostre eccellenze musicali. Capisco che tutto ciò comporta fatica, ricerca, difficoltà varie: ma la cultura così procede, con impegno e fatica, altrimenti si tratta solo di fichi secchi.
Le cose andrebbero ancor meglio se, invece di impegnare tempo ed energie nell’elaborare improbabili motti e loghi, in omaggio ad altrettanto improbabili forme di “marketing territoriale”, l’Amministrazione comunale si prodigasse nel trasformare la nostra Biblioteca Comunale in una vera biblioteca (cosa che oggi non è affatto), nell’impiantare un vero Archivio Storico e se fosse capace di istituire una rete museale in cui valorizzare le tante incredibili eccellenze che Mola ha espresso in campo culturale nel corso dei secoli e soprattutto nell’Otto-Novecento.
Come il lettore di sicuro intuisce, si tratta – impietosamente – di “rovesciare il calzino”, di riservare le risorse pubbliche alle espressioni di sicuro professionismo e costruire così un tessuto ricco e stimolante specie per le giovani generazioni.
Perché così come siamo combinati oggi, proprio non va!
ADDENDA
Sulla base di una nota del Maestro Pietro Rotolo, datata 14 giugno, preciso che il Festival sarà annuale (e non biennale) fino al 2024 e si varrà non di un finanziamento ministeriale ad hoc, ma dei finanziamenti pubblici ordinari di cui disporrà l’Agimus per il 2022, 2023 e 2024; una parte dei quali, per decisione autonoma dell’Agimus, saranno dedicati al Festival vanwesterhoutiano. Naturalmente si pone il problema di ottenere, con l’aiuto delle Istituzioni, un finanziamento ad hoc per garantire la continuità del Festival oltre il triennio. Si potrebbe studiare la fattibilità di una Fondazione dedicata al Festival, che potrebbe anche avere, dopo la fase di start up 2022-2024, una cadenza biennale: ciò a motivo della complessità e grande impegno che una iniziativa del genere comporta.





